In Rainbow

“Stavo baciando la mia ex ragazza e lui cominciò a toccarsi”. “Mi hanno chiamato frocio 2 volte quando avevo 16 anni. Una volta mi hanno anche inseguita”. “Nata a Palermo, milanese d’adozione, dopo 6 anni con l’uomo che credevo sarebbe stato quello della mia vita, mi innamoro follemente di una donna (la mia attuale compagna da due anni). La discriminazione più grande, quella di mio padre che esordisce dicendo: “dopo una vita a rincorrere cazzi hai cambiato idea?”.

166 testimonianze in 13 giorni

Sono solo alcune delle 166 testimonianze di omofobia e transfobia raccolte nei primi 13 giorni di campagna dal progetto #donotcover sul sito dilloagiulia.it. Una campagna finanziata dal dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Brescia grazie ai fondi di Call It Hate, un progetto europeo.
Su dilloagiulia.it è possibile lasciare testimonianze anonime, racconti di abusi, violenze, insulti subiti solo perché gay, lesbiche, bisex, trans o qualsiasi altra cosa non sia etero e cisgender.

“Una violenza ignorata”

L’obiettivo è chiaro: dimostrare come i dati ufficiali delle denunce ufficiali siano del tutto insufficienti a mostrare la realtà dei livelli di odio verso le persone LGBT+ nel nostro paese. Basti pensare che i dati Osce del 2017 riportano solo 63 denunce. “Una finestra aperta su un mondo di violenza sistematicamente ignorata” spiegano i promotori del progetto. Una realtà che ha bisogno di risposte e anche con urgenza.
Brescia, Latina, Milano, Roma, Mantova, Como, Brindisi, Siracusa: non c’è area o regione d’Italia che si salvi da questo sentimento di ostilità nei confronti delle persone LGBT+. Le testimonianze sono, per la maggior parte, di persone molto giovani che raccontano di essere costantemente e sistematicamente discriminate a scuola, tra gli amici, a casa. Raccontano di non potere dire niente alla famiglia perché “sono sempre stati contro le persone LGBT+”.
Testimonianze supportate dai dati pubblicati da dilloagiulia.it.

La necessità di una legge

Secondo quanto rivela un sondaggio svolto su un campione di 10612 persone (di cui 1000 italiane) condotto tra il 9 agosto e il 1° ottobre 2018 e realizzato da LightSpeed in partnership con Call it Hate, più di 2 persone su 5 concordano che le persone LGBT+ non sono libere di esprimere il proprio orientamento sessuale o la loro identità di genere senza temere di subire violenze.
Ma se 7 persone su 10 pensano che servano pene più severe per i crimini di odio, circa 5 persone su 10 dichiarano di sentirsi a proprio agio ad avere una persona LGB come vicina di casa, ma solo 4 su 10 dichiarano lo stesso se nella casa accanto vive una persona trans.

La mancanza di una legge

Il gap tra le denunce ufficiali e i numeri reali dei casi di discriminazioni e violenze contro le persone LGBT+ è un tasto su cui le associazioni battono molto, da sempre. Pochissime persone denunciano perché farlo significa spesso fare un altro coming out, esporsi, doversi raccontare, senza essere sicuri di trovare il supporto necessario in assenza di una legge specifica contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia. Non a caso, la prima cosa che si legge entrando sul sito è “Una legge contro l’omotransfobia è sintomo di Civiltà”. Una legge penale, però, non basta a contrastare quello che succede nelle scuole, nelle famiglie, sui posti di lavoro.

Fuori dal web

#nientedistrano è la campagna abbinata a #donotcover e punta a combattere lo stigma verso le persone trans. Le due campagne arriveranno anche sulle strade con affissioni in tre città: Brescia, Perugia e Taranto.
Il progetto ha ottenuto il sostegno di alcune associazioni LGBT+: ArciGay, Brescia Pride, l’Avvocatura per i Diritti Lgbti – Rete Lenford e Omphalos Lgbti.
Una legge contro l’omofobia e la transfobia si sta discutendo in questi giorni nella Commissione Giustizia della Camera.

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