In Rainbow

di Ethan Bonali*

Da qualche tempo, sulle colonne del Corriere della Sera, escono articoli il cui scopo sembra far crescere il panico morale e l’odio verso la comunità transgender.
Le ostilità sono state aperte, non a caso, proprio il giorno in cui la comunità Trans* ricorda i propri morti a causa dell’odio transfobico (Transgender Day of Remembrance) da Monica Ricci Sargentini (che già ci aveva deliziato con la sua “creatività” matematica nell’analisi sul sondaggio riguardante la Gpa) con l’articolo sulla elezione a rappresentante delle donne Labour di una donna trans in Gran Bretagna.

Un modo fuorviante di dare la notizia

La notizia è stata solo un modo per divulgare contenuti inesatti, fuorvianti e in alcuni casi artefatti. Contenuti riportati e ripetuti anche in altri articoli nelle settimane successive con un unico messaggio: le donne trans sono socialmente pericolose, l’autodeterminazione di genere agevola malintenzionati e abusanti.

La tecnica comunicativa è sempre la stessa: riportare un fatto senza citare le fonti, generalizzarlo, colpire una categoria di persone.
Il funzionamento è lo stesso di quello delle fake news: un articolo di hatespeech si basa su un pregiudizio e lo rafforza.

Il giornalismo da social

Dai tempi di “The Transsexual Empire: The Making of the She-Male” della transfobica Janice Raymond (1979; seconda edizione 1994), la politica di odio delle attiviste TERF (trans exsclusionary radical feminist), di cui parlo qui, ha subito un’ulteriore trivializzazione attraverso l’uso dei social e l’abbassarsi dello standard giornalistico a livelli da social. Lo sdoganamento della violenza e del discorso di odio, spacciato per opinione e libertà di parola, ha permesso l’avanzare dei gruppi suprematisti bianchi. Tra questi le stesse TERF, le quali utilizzano il femminismo come mezzo per discriminare e criminalizzare le minoranze lgbt e le persone sex worker, concentrandosi in maniera particolare sull’omogenitorialità, sulle donne trans e sulle persone non binarie.

L’acronimo TERF

Il termine TERF (che sta per Trans Exclusionary Radical Feminist, femminista radicale che esclude le persone trans) poco ha a che fare con il femminismo. Nonostante riprenda la parola nell’acronimo, questa è usata come mezzo per discriminare. Un po’ come gli omofobi usano il concetto di famiglia e religione. La parola non è stata coniata come insulto dagli attivisti trans, come scritto da Sargentini e da altri negli articoli del Corriere. Fu utilizzata e divulgata, per la prima volta, nel 2008 dalle stesse femministe radicali per individuare i gruppi di odio all’interno del movimento femminista. Certamente poi il termine si è diffuso velocemente anche nella comunità trans.

La vittimizzazione e la creazione del pericolo

La politica TERF ha le stesse basi di quella patriarcale: si basa sul pericolo per le donne. Ciò che la differenzia e permette una superficiale confusione con il femminismo è che non si propone una politica restrittiva per le donne e per i corpi delle donne. Si ammicca a una politica criminalizzante e punitiva per la categoria che diventa il capro espiatorio: le persone trans.

Uno degli esempi che le TERF portano è “l’aggressione” subita da Maria Maclachlan. Sessantenne e madre di due figli, così definita per dare più risalto alla cosa, sarebbe stata aggredita da una donna trans a Hyde Park.
Nei filmati divulgati si vede chiaramente la donna trans dare un pugno alla malcapitata. La notizia è stata riportata con dovizia di particolari anche dalle testate italiane.

Peccato che non si sia raccontata tutta la storia.

Come sono andate le cose

In rete sono disponibili le fotografie dei momenti precedenti che mostrano la sessantenne, madre di due figli, ed altre TERF mentre accerchiano e malmenano la donna trans che, poco dopo, reagirà colpendola.
Nessuno darà questa notizia perché la verità contrasterebbe con i pregiudizi e le convinzioni sulle persone trans.
Una strategia simile è stata messa in atto verso le/i attiviste/i sexworker che manifestarono, alla casa Internazionale delle Donne di Roma, contro una attivista proibizionista.


La questione delle carceri femminili

Altro cavallo di battaglia è la questione delle violenze e degli abusi a sfondo sessuale nelle carceri femminili.
Per supportare la tesi della pericolosità sociale delle donne trans – presentate come uomini e, come tali, predatori sessuali – viene richiamato uno studio pubblicato sul sito Fair Play for Women, nel quale si afferma che più della metà dei transgender nelle carceri sono molestatori sessuali.
Lo studio non ha alcuna valenza scientifica. Il campione utilizzato non è trasparente né lo sono le fonti. Questo tipo di azione è simile a quella dei fondamentalisti cattolici e dei loro studi sulle famiglie omogenitoriali.

La fonte: un sito transfobico

Il sito in questione è, infatti, un sito di genitori trasfobici che supportano le teorie riparative per i bambini transgender e non conformi, contraddicendo decenni di studi e protocolli di esperti come il WPATH che consiglia di appoggiare l’identità dei bambini (a pagina 16 di questo documento)
Anche le affermazioni fatte sulla situazione delle carceri ignorano studi rigorosi i quali dimostrano che il problema principale delle molestie alle donne nelle carceri è dato dalle guardie carcerarie.
E se documentarsi con fonti attendibili è faticoso, si potrebbe almeno guardare qualche stagione della serie “Orange is the new black”.

Un racconto sbagliato

Nell’articolo fatto uscire per il TdoR, Monica Sargentini riporta una notizia in maniera non corrispondente al vero proprio per dimostrare la sua tesi contro le persone trans.


Jessica non è stata allontanata perché aggrediva le compagne di cella, ma per evitare aggressioni da parte delle compagne di cella e dello staff della prigione .
Come gli/le attiviste di Inersexioni hanno riportato in un notevole articolo in proposito, “il gioco riesce facilmente, poiché nell’immaginario collettivo, imbevuto di forti pregiudizi transfobici, le donne trans sono considerate in modo ancora più sospetto degli uomini cisgender”.

I pregiudizi dettano legge

Ed è su questi pregiudizi, per esempio, che in molti stati, quello italiano compreso, che si richiedono le attenuanti per gli omicidi di odio transfobico e misogino nei confronti delle donne trans e, sempre secondo questa visione che non riconosce l’esistenza di un genere e che le donne trans non vengono considerate nelle statistiche e nelle tutele riguardanti il femminicidio.

Dagli all’untore: autodeterminazione e spazi femminili

Circa un anno fa, negli USA, dei militati transfobici entrarono in uno spogliatoio femminile dopo una lezione di nuoto a dei minori. Il gesto voleva dimostrare come la legge che concedeva alle persone transgender di utilizzare i servizi coerenti con il proprio genere fosse l’occasione per pedofili e malintenzionati di entrare in spazi protetti.
Un episodio simile è stato riportato in un articolo di Luigi Ippolito sul Corriere pochi giorni fa.
Il giornalista, riferendosi al maschile nei confronti delle donne trans, utilizza un linguaggio che rivela la scarsa conoscenza delle questioni di genere.

L’articolo di Ippolito

Ippolito scrive: “Proteste e «duelli» (anche in piscina) tra femministe e attivisti transgender: questi ultimi rivendicano il diritto per tutti di cambiare sesso a piacimento, le prime difendono gli spazi conquistati dalle donne dall’invasione di «finte femmine»”.
Purtroppo l’inviato ignora la risoluzione 2048 dell’assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa cha al punto 6.2.1 esorta ad adottare procedure di cambio di genere basate sull’autodeterminazione. L’identità di genere è, infatti, considerata un diritto umano, insieme al diritto dell’essere umano a realizzarsi.

Perché l’identità di genere è un diritto umano

Questo principio ha tre ragioni importanti:
1) la sicurezza delle persone transessuali durante il processo di transizione. Avere dei documenti che rispecchiano la propria espressione di genere è un fatto di sicurezza.
2) La sterilizzazione forzata è una violazione dell’integrità di una persona. Così come essere costretti ad assumere una conformazione fisica coerente con gli stereotipi mediante trattamento farmacologico.
3) L’autodeterminazione riconosce e permette l’esistenza alle persone genderqueer e non binarie che non desiderino un percorso farmacologico e chirurgico.


Non è questione di “cambiare sesso a piacimento”, come direbbero certi fondamentalisti. Si tratta di vedere riconosciuta una identità che l’idea dominante e binaria dei sessi e dei generi non considera.
E non è questione di sicurezza o di invasione degli spazi.

La bugia della sicurezza

Esperti di 12 Stati – incluse forze dell’ordine, legislatori, impiegati governativi, attivisti e difensori legali delle vittime di violenza sessuale – hanno dimostrato la falsità delle tesi di estrema destra, cattoliche e terf, secondo le quali la legge di non discriminazione delle persone transgender può essere sfruttata da predatori sessuali per insinuarsi in bagni e spogliatoi femminili. Gli esperti hanno definito questa argomentazione come “mito senza fondamento”.

Verso la Giornata della Visibilità Trans

E’ necessario reagire ed opporre resistenza a chi avrebbe il dovere di fare informazione e invece utilizza una narrazione che rafforza gli stereotipi e l’odio verso una minoranza.
Il 31 marzo, in occasione del TdoV un gruppo di attivisti e attiviste, col supporto di blog, associazioni e collettivi attuerà alcune forme di protesta.

Le attività previste

1) sulle pagina web del Corriere (tramite i commenti), su Facebook, Twitter ed ovunque vi siano articoli, tra cui quelli citati, transfobici, apporremo gli hashtag #NoPlace4Hate e #TdoV2018;
2) si procederà a scrivere email all’indirizzo di posta elettronica del Corriere;
3) si chiederà al direttore del Corriere di smentire le notizie non corrispondenti al vero. E gli si chiederà di fornire una corretta informazione sulle questioni di genere. Questo è possibile affidando gli articoli a persone competenti in materia e vigilando su usi personali e/o politici della testata a discapito di una minoranza;
4) si chiederà al direttore del Corriere di caldeggiare la partecipazione della sua redazione a corsi di educazione di genere, con particolare cura verso le identità transgender e non binarie. I corsi saranno proposti all’Ordine dei Giornalisti.

(*attivista trans non binario, studioso di queer studies)

Comments
  • Vlad
    Rispondi

    modificare il proprio aspetto fisico in direzione del genere d’elezione è una neccessità per le persone trans, non è una imposizione

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