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“La loro azione punitiva mi ha reso ancora più orgoglioso e più frocio”. E’ così che Federico, neanche 21 anni, commenta la brutale aggressione di cui è stato vittima lo scorso giovedì. Federico, a Roma da solo 5 mesi, tornava dalla sua prima giornata di lavoro. “Era una splendida giornata, per me – racconta a Gaypost.it -. Avevo scelto i miei vestiti migliori: finalmente Roma, la città dove ho scelto di vivere per la sua comunità queer, mi dava anche una prospettiva di lavoro”.
Ma all’uscita della stazione della metro di Tiburtina, il ragazzo viene avvicinato da quattro ragazzi italiani “vestiti in modo molto simile tra loro e uno aveva una croce celtica tatutata sulla nuca”, ricorda con estrema ucidità.

Gli insulti, poi le botte e il coltello sulla schiena

“Frocio demmerda, mo te famo vede’ cosa facciamo a quelli come te, a Roma” gli hanno detto. Poi un coltello piantato sulla schiena, lo costringono a piegarsi in avanti e comincia il pestaggio. Prima dei colpi ai genitali, mentre Federico è ancora in piedi. “Poi mi hanno spinto a terra – continua -. Uno di loro mi teneva il coltello sulla faccia per assicurarsi che non mi muovessi e gli altri continuavano a colpirmi dappertutto”.

L’indifferenza e la rapina

Intorno, nessuno ha fatto niente. Erano le 17.30: un’orario in cui alla stazione Tiburtina, uno dei centri nevralgici del trasporto romano, passano migliaia di persone. L’aggressione contro Federico è durata più o meno 5 minuti alla fine dei quali i suoi quattro aggressori gli hanno tolto la borsa che aveva con sé per rubargli il telefono, il portafogli e l’agenda coi dati personali. “La borsa, poi, me l’hanno tirata contro dicendomi ‘tiette sta borsa da frocio’ – prosegue Federico -. Ed evidentemente non soddisfatti di quanto hanno trovato nel portafogli hanno aggiunto ‘guarda sti forci pezzenti, peggio degli zingari'”. E poi le minacce.

Le minacce: “Non denunciare”

“Hanno detto che non avrei dovuto denunciare, altrimenti sarebbero tornati a darmi il resto – racconta Federico -. Ma già mentre mi picchiavano, dentro di me il senso di rivalsa cresceva”. Il giovane ricorda benissimo i volti dei quattro. “Uno di loro l’ho visto spesso nel quartiere – dice – non ti scordi facilmente la faccia di uno che porta una celtica tatuata sulla nuca. Chissà che anche lui non abbia visto me”. Saranno le indagini a chiarire se è stata un’azione mirata, se i quattro cercassero proprio Federico o se abbiano colpito nel mucchio. Perch lui, naturalmente, la denuncia l’ha fatta.
Solo quando i quattro si sono allontanati, Federico è riuscito ad alzarsi e ad allontanarsi. A quel punto, la guardia giurata di una banca che lo ha visto con i segni dell’aggressione addosso, lo ha fatto entrare per fare una telefonata. E’ stato il suo coinquilino che ha chiamato l’ambulanza.

Il tentativo di dissuasione, sull’ambulanza

E come se non fosse già stato troppo quello che era successo per strada, sull’ambulanza Federico si sente dire da un’operatrice che era meglio non dirlo che era stato aggredito perché omosessuale. “Mi ha detto che non avrebbe fatto alcuna differenza” spiega. Arrivato al pronto soccorso del Vannini, Federico chiede al medico di scrivere chiaramente nella cartella le ragioni dell’aggressione. “So che quando denunci ha importanza tutto, anche quello che hai dichiarato al pronto soccorso – chiarisce -. Ma a quel punto il medico si è alzato, ha guardato l’altra dottoressa e le ha detto di prendermi in carico lei perché avrebbe gestito meglio il mio caso”.

Il sostegno della comunità

Federico, dicevamo, la denuncia l’ha sporta. Senza pensarci un attimo. “Sono venuto a Roma per vivere la città queer che mi piace e non tornerò indietro – sottolinea -. La mia fortuna è stata avere accanto la mia comunità e il sostegno di tante persone”. Da quando è arrivato in città, Federico frequenta diversi gruppi e collettivi e collabora ad alcuni progetti de LaRoboterie. Sono stati loro i primi a stargli accanto e insieme sono andati al Circolo Mario Mieli per avere anche l’assistenza legale. “La cosa assurda è che affronterò un processo per rapina e non per un’aggressione omofoba – racconta -. Questo perché hanno preso il portafogli e il cellulare”. In Italia, infatti, non esiste una legge che condanni espressamente le aggressioni di matrice omofobica.

L’accoglienza della polizia

“La polizia mi ha spiegato che l’aggressione semplice è considerata un reato minore rispetto alla rapina” aggiunge. E racconta che “dalla polizia ho avuto un’accoglienza migliore che in ospedale. Sono rimasto stupito. Sono stati tutti molto attenti, si sono comportati con molto tatto e si sono assicurati che non tralasciassi alcun particolare”.
La zona in cui Federico è stato pestato a sangue è piena di telecamere e la polizia ha già chiesto di acquisire le registrazioni. Questo, insieme alle descrizioni dettagliate del ragazzo, dovrebbe rendere più facile l’identificazione dei quattro.

“La minoranza sono loro”

“Non sono io che devo andarmene da Roma – conclude -: per quanto mi riguarda la minoranza sono loro. Ho denunciato perché non posso permettere che questa gente rimanga a piede libero e magari domani colpisca qualcun altro. Non esiste che qualcuno pensi di punire una persona perché omosessuale. Anzi, sai cosa ti dico? La loro azione punitiva mi ha reso ancora più orgoglioso e più frocio”.

“Non possiamo abbassare la guardia”

A Federico, oltre alla solidarietà de LaRoboterie che per prima ha denunciato l’accaduto e lo ha assistito, è arrivato il supporto del Circolo Mieli.
“Non possiamo in alcun modo abbassare la guardia – scrive in una nota il presidente Sebastiano Secci -, le aggressioni a chiara matrice omofoba stanno aumentando in questi ultimi tempi. E’ urgente che i media, le associazioni e il mondo civile non sottovalutino queste violenze e chi è preposto alla sicurezza dei cittadini e delle cittadine sia vigile e faccia in modo di perseguire con durezza gli assalitori”. “E non deve nemmeno passare in alcun modo l’idea che atti di questo tipo in fondo possano essere tollerati – continua – o ancor peggio rientrino nella normalità di una città grande e tentacolare come Roma. Noi non ci stiamo! Per quanto ci riguarda è fondamentale l’intervento politico sulla questione: è urgente una legge contro l’omo-transfobia”.

“Il Comune prenda posizione”

Chiede una presa di posizione dell’amministrazione comunale la senatrice Monica Cirinnà. In una nota la sentarice scrive che quanto accaduto a Federico “pestato da un gruppo di neonazisti, è grave e indica a quali conseguenze porti il lasciare spazio a derive neofasciste”. “Ciò che lascia attoniti – continua – è il silenzio delle istituzioni capitoline, per niente preoccupate per la sicurezza dei cittadini e incurante dei rigurgiti di violenza fascista che proliferano impuniti nella città Medaglia d’oro della Resistenza”.Le fa eco DemsArcobaleno. Con un tweet, il gruppo di orlandiani che si occupa di diritti lgbt chiede la “massima attenzione verso questa spirale di violenza, e doverosa solidarietà da parte di @comuneroma e Sindaca @virginiaraggi.

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