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È una vera e propria maratona di solidarietà quella che sta attraversando la città di Siracusa in questi ultimi giorni, sul caso Sea Watch 3. E dove proprio in questi istanti è previsto l’imminente sbarco dei quarantasette migranti lasciati al largo, con il mare in cattive condizioni, mettendo a rischio le vite non solo dei profughi, ma anche quelle del personale a bordo. Storia che ha smosso varie realtà nel capoluogo aretuseo, nel mondo dell’associazionismo, ma non solo. E tra queste realtà non manca anche il contributo delle associazioni e delle singole persone Lgbt.

Una lunga storia di ospitalità

Alcuni manifestanti, sulla scogliera di fronte alla Sea Watch

Siracusa nasce da una storia di migrazione, per altro. Era una colonia di Corinto e accolse molti greci che si trasferirono sull’isola. Da sempre al centro del Mediterraneo, è stata a lungo crocevia di popoli e di singoli individui. Un luogo di attrazione di persone comuni ed artisti di fama mondiale, di criminali e santi. Tutta questa storia, alla fine, te la ritrovi nella coscienza come qualcosa di ancestrale. Chiunque sia stato a Siracusa conosce la tradizionale ospitalità degli abitanti del luogo. È il “marchio di fabbrica” delle culture mediterranee. Travalica i confini delle nazioni, è qualcosa che accomuna i viandanti nel deserto, i navigatori fenici, i pellegrini cristiani.

Tutta quella umanità, in attesa sulla scogliera

Le immagini che abbiamo visto in questi giorni, lasciano emergere una varia umanità che racconta un’altra storia, rispetto alla vulgata salviniana tanto à la page sui maggiori quotidiani nazionali. Fa bene vedere persone di tutte le età aspettare sulla scogliera, di fronte alla Sea Watch 3 con cartelli di accoglienza, tra cui spicca il messaggio “scendeteli”, con un richiamo alla Crusca e con buona pace dei giornali che poco hanno capito dell’ammissibilità degli usi linguistici regionali. Fa bene vedere i ragazzi e le ragazze dell’Inda – l’Istituto nazionale del Dramma antico – che intonano canti di benvenuto. Così come fa bene vedere che pure il sindaco Francesco Italia ha deciso di fare l’unica cosa possibile, di fronte alla politica del governo: far parte della schiera dei “sindaci ribelli”.

Lo scenario di un abuso contro 47 migranti

Striscioni al presidio

«Siracusa, in questo momento, è lo scenario in cui i naviganti a bordo della Sea Watch 3 sono praticamente sequestrati a bordo di questa nave, senza avere il permesso a toccare terra» commenta amaramente Alessandro Bottaro, presidente dell’associazione Stonewall Glbt che è tra le realtà presenti al presidio permanente di Largo XXV luglio, in cui si tengono le manifestazioni a favore dei migranti. «Queste persone si trovano su questa imbarcazione, sono quarantasette profughi più una ventina di membri dell’equipaggio. Hanno un solo servizio igienico, lascio immaginare le condizioni precarie in cui si trovano» denuncia ancora Bottaro. Ed è tutto questo che sta muovendo l’indignazione della città.

Una gara di solidarietà

La vicenda della Sea Watch 3 ha portato così «diverse realtà del volontariato siracusano a mettersi insieme per portare avanti una protesta pacifica affinché a queste persone sia consentito di avere la dovuta accoglienza e i dovuti soccorsi», ricorda ancora il presidente di Stonewall. Innescando, così, una gara di solidarietà. In tutto questo, Stonewall ha deciso di esserci: «Forse qualcuno si starà chiedendo come mai una realtà che si occupa di diritti di persone Lgbt abbia deciso di dar sostegno a questa causa» precisa Bottaro. Che ricorda ancora: «Pensiamo, come associazione, che ci sia una profonda continuità tra quello che sta succedendo in quella nave e ciò che viviamo noi della comunità arcobaleno». Cosa, nello specifico?

Una questione di limitati orizzonti

Il sindaco Francesco Italia con alcune manifestanti al presidio

«Come per noi, c’è sempre qualche “benpensante” che vorrebbe che il diverso divenga invisibile. A queste persone è stata tolta la libertà di essere, sono ridotti a pacchi postali da questo governo». Tutto questo, ricorda ancora Bottaro, va contro il concetto stesso di dignità umana: «La stessa dignità che si vorrebbe togliere a lesbiche, gay, bisessuali e transessuali nel momento in cui ci vogliono privare del nostro diritto alla visibilità». Portare l’altro da sé, la diversità, lontano dallo sguardo normalizzante di chi vive il privilegio della “norma”. Eppure, al largo della costa siracusana quella nave si vede. Far finta che non ci sia, significherebbe limitare quell’orizzonte.

Aprire i porti ai migranti e le porte dell’identità

Per tutte queste ragioni, il rainbow non può non sventolare insieme alle bandiere di Amnesty International e di Arci Ragazzi, insieme all’Arci che molto si è spesa e alle insegne dei sindacati e delle molte realtà associative che sono lì anche oggi, nel sesto giorno consecutivo del presidio permanente di fronte al tempio di Apollo e in attesa dell’arrivo dei migranti. Fa parte dell’essere “movimento”. E si lega, forse in modo consapevole, alla leggenda che lega tutti i viaggiatori a ridosso del Mediterraneo: se chiudi la porta a uno di loro, un giorno potrebbe accadere a te. E questo non vale solo per i porti, ma anche per l’identità e la dignità delle persone. Essere attivisti e attiviste Lgbt, in quel piccolo grande angolo di Sicilia, significa anche questo.

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