In Rainbow

Tiene banco, da qualche giorno, la notizia di un dossier di un migliaio di pagine consegnato dall’escort Francesco Mangiacapra ad un alto prelato della curia di Napoli per denunciare circa cinquanta preti “rei” di avere fatto sesso tra loro o con escort. La notizia, lanciata da Gaynews.it è stata ripresa da molti quotidiani online. E questo non stupisce. Il binomio sesso e preti ha sempre fatto e sempre farà notizia. Figuriamoci se la questione riguarda il sesso tra uomini. Le cronache ci raccontano quotidianamente quanto radicato pregiudizio ci sia ancora su questo tema.

Lo “scandalo” del sesso in canonica

Abbiamo aspettato che passasse un po’ il clamore della notizia per parlarne, perché la cosa ci ha fatto riflettere molto. Al plurale, perché questa riflessione è condivisa da tutta la redazione.
Non stiamo parlando della questione in sé: che i preti abbiano una sessualità può stupire solo gli ipocriti e che alcuni siano gay meraviglia solo gli omofobi.
Quello che ci ha fatto riflettere è il risultato ultimo di tutta questa storia. Perché che ci fossero preti che fanno sesso tra loro o con altri uomini fuori dal Vaticano non solo è una cosa più che nota, ma l’aveva rivelata al grande pubblico già una nota inchiesta di Panorama, nel 2008.

Inchiesta?

La differenza è che l’inchiesta di Panorama era un lavoro giornalistico, non la delazione di un escort, e non ha avuto conseguenze sulle vite delle persone coinvolte perché non c’erano nomi, né erano identificabili in alcun modo. Raccontava un fenomeno, insomma, non denunciava persone. Non è una differenza da poco.
Questa volta la questione è diversa. Il nutrito dossier, a quanto si apprende, è corredato di nomi e cognomi ed è stato consegnato alla Curia perché prenda provvedimenti. Ma perché? Questo va oltre l’intento di denunciare l’ipocrisia di una Chiesa che da una parte si schiera in ogni modo possibile contro le persone lgbt e dall’altra chiude un occhio davanti ai propri componenti che nella loro vita privata fanno tutt’altro. E, vale la pena ricordarlo, questo non riguarda solo i preti gay. Su quelli etero, però, nessuno presenta mai un dossier né fa un’inchiesta. Chissà come mai.

La doppia morale

Quello che emerge dal dossier, di fatto, è che persone adulte fanno sesso tra loro in maniera consenziente. A volte, a pagamento. E quindi? La libertà sessuale dovrebbe essere un valore, anche se a praticarla sono dei preti. Anzi, chi aspira ad una vera libertà sessuale, dovrebbe auspicare che anche i sacerdoti possano praticarla senza ricorrere alla clandestinità. Poi, certo, c’è sempre la questione della doppia morale. Ma è un fatto che riguarda la Chiesa e i suoi fedeli, converrete. E che non si denuncia né si combatte facendo nomi e cognomi di chi ne fa il suo stile di vita. Perché l’effetto, che ci piaccia o no, è stigmatizzare l’omosessualità e i preti gay. Il risultato è che quelle persone saranno sottoposte al giudizio dei loro superiori, forse punite, magari trasferite altrove. La conseguenza è, banalmente, che i preti gay vivranno ancora più in clandestinità la loro sessualità e che la doppia morale che si vuole denunciare rimarrà tale e quale. Magari in altre forme, ma sostanzialmente inalterata.

La stigmatizzazione

Ancora, ne esce una ulteriore stigmatizzazione del sesso tra uomini di cui, onestamente, non si sentiva il bisogno. La Chiesa continuerà a battersi contro i diritti delle persone LGBT, magari usando le azioni intraprese contro questi preti come esempio di “tolleranza zero”. A che pro, a parte la propria notorietà? Siamo davanti, insomma, ad un gigantesco outing gratuito, che colpisce nel mucchio. Un gesto che depotenzia i pochi strumenti a disposizione della comunità lgbt per combattere, davvero, ipocrisia, omofobia e indifferenza.

Il senso di comunità che non c’è

Insomma, ci siamo indignati per l’operazione delle Iene contro l’Unar, che ha avuto il solo effetto di mettere nei guai l’ormai ex direttore, oltre che di stigmatizzare un’associazione e il sesso libero tra adulti consenzienti, ma poi si auspica la stessa sorte per 58 preti.
Un’ultima considerazione, infine: che un’operazione del genere, portata avanti senza porsi il problema delle conseguenze, la faccia qualcuno che appartiene all’universo LGBT non è un plus, anzi. E’ un’aggravante. E pone un’altra questione che riguarda il senso di comunità delle persone LGBT, forse ancora poco strutturato nel nostro Paese.

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