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Orfani ed orfane di Game of Thrones, almeno fino al 2019, abbiamo cercato adeguati sostituti per la nostra sete di fantasia, animazione, brivido e qualsiasi altro ingrediente che rende una serie tv degna di questo nome. Ci siamo rifatti, insomma, a quella striscia di Zerocalcare in cui dice «ora per arginare le crisi di astinenza tocca guardà per un anno tutte le merdose serie di zombi che stanno uscendo». Ebbene, invece dei morti che camminano, abbiamo preferito La nebbia. La serie tv, in programmazione su Netflix, tratta da un racconto di Stephen King. E tra una cosa e l’altra abbiamo scoperto che… (ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER)

Pura improvvisazione narrativa

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I protagonisti della serie

La serie lascia davvero a desiderare. A tal punto da credere che il titolo, più che rifarsi alla storia del celebre autore dell’horror americano, sia un omaggio alla forza oscura che ha ottenebrato la creatività degli sceneggiatori e del regista dell’intera produzione. Il confronto con il libro, sostiene chi lo ha letto, è impietoso. Nel senso che il racconto è un’opera degna di questo nome. La resa sul piccolo schermo fa rimpiangere una soap opera di quart’ordine. Anche il paragone con il film omonimo – The mist, il cui titolo è però in inglese – non è meno benevolo. Almeno lì c’era una storia che, pur nel paradosso di ogni racconto a sfondo fantastico, era credibile. Qui siamo all’improvvisazione narrativa più pura.

Una sequela di luoghi comuni

Un horror deve spaventare. Qui la cosa che fa paura davvero è la superficialità con la quale l’intera storia è stata trattata. Una sequela di luoghi comuni e di topoi da produzione americana da lasciare basiti. La comunità che si trova isolata per un evento inspiegabile o fuori del comune non è cosa nuova nella storia televisiva: si pensi a Lost o a Under the dome. E proprio da quest’ultima serie, che non era bellissima e di cui sembra essere la brutta copia, La nebbia riprende molti elementi. Al punto di copiarli. Una città isolata, lo sceriffo un po’ psicopatico e un po’ criminale, la vecchia pazza del team, il figlio dello sceriffo più cretino del padre e l’eroe della situazione che fa concorrenza a Theon Greyjoy per ricordarci la sempre attuale lezione del detto “mai una gioia”. 

Il migliore amico gay

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Adrian, il personaggio gay

Non manca, poi, il gay della situazione: Adrian. Il quale ha anche un ruolo chiave: quello del bastardo. Per gelosia, accusa di stupro il belloccio della serie – finto come un filtro per i selfie – che se la intendeva con la sua migliore amica. Quando il padre della ragazza scopre la verità, e cioè che ad abusare della figliola è stato proprio il suo migliore amico omosessuale, Adrian proverà ad ucciderlo e, lasciandolo al proprio destino nella nebbia killer, imbastirà una serie di improbabili scuse per giustificarne la scomparsa. Unico aspetto, se vogliamo positivo, è il tentativo di sdoganamento del gay dal destino di personaggio fragile e sensibile. Anche se da quello stereotipo si parte e anche se l’equazione col ruolo di “miglior amico di” fa tanto cliché anni novanta.

Insetti carnivori e madri difficili

Il resto è agghiacciante, ma dal punto di vista della resa scenica e narrativa. La protagonista femminile, Alex, è appetibile come una macedonia di frutta di cera. La madre, Eve, è una stalker in piena regola e il personaggio vorrebbe essere un tentativo di stabilire, una volta per tutte, che le donne dovrebbero poter vivere la propria vita sessuale come meglio vogliono, salvo poi dipingerla – alla resa dei conti – come una poco di buono qualsiasi. La nebbia stessa, che nel film nascondeva creature tanto terribili quanto affascinanti, qui si riduce a gas allucinogeno e carnivoro in cui vivono normalissimi insetti il cui appetito è un attimo spropositato.

I riferimenti un po’ troppo disinvolti a Lost

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Le protagoniste femminili

E i drammi non finiscono di certo qui: ricordiamo, ancora, che il miasma dotato di volontà e la coprotagonista femminile (come nel caso di Mia Lambert) con un passato delinquenziale da nascondere e una famiglia difficile alle spalle sono ulteriori richiami, ancora una volta troppo disinvolti (e non importa se consapevoli o meno) dal già citato Lost. Niente di nuovo sotto il sole, insomma. Anzi, molto fumo – anzi, nebbia – e niente arrosto. Che è una battuta ovvia, ce ne rendiamo conto, ma ce la potete concedere visto che ben si confà al cumulo di banalità che questa serie tv si porta con sé. Personaggio gay incluso.

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