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Sarà presentato oggi a Napoli “Questa casa non è un albergo” il centro d’accoglienza per giovani LGBT che ha sede dentro un palazzo sequestrato alla Camorra. “Un hub arcobaleno” come lo ha definito il presidente dell’associazione partenopea i-Ken Carlo Cremona, capofila del progetto.
Nello stabile di via Genovesi ai Ponti Rossi saranno ospitati ragazzi e ragazze lesbiche, trans, gay e bisessuali in situazioni di difficoltà e/o vittime di violenze e discriminazioni. La casa rifugio apre anche grazie alla collaborazione tra le associazioni e le istituzioni, come l’Università Federico II ed è cofinanziato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri tramite il dipartimento della Gioventù e del Servizio civile.

“Un hub arcobaleno”

L’intenzione, spiega ancora Cremona al Corriere del Mezzogiorno, è quella di creare una realtà “che metta in rete le diverse associazioni attive nell’accoglienza”.
Dalla violenza di genere al cyberbullismo, passando per l’omotransfobia sono tante le ragioni che possono portare alla marginalizzazione dei giovani lgbt, tutte illustrate durante il convegno di presentazione del progetto da un comitato scientifico composto da docenti e ricercatori del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Federico II.

I costi

La casa rifugio è costata 60 mila euro di cui il 20 per cento sono fondi forniti da i-Ken per realizzare un centro in cui ognuno avrà il suo compito. “Anche chi sarà accolto se ne dovrà prendere cura e dovrà rimboccarsi le maniche soprattutto per chi ha più bisogno di assistenza” spiega ancora Cremona. Il presidente dell’associazione ha chiarito che sono già in funzione servizi di consulenza psicologica e legale, oltre che uno sportello di primo soccorso “per persone che si trovano per strada a causa di contrasti familiari”.

Connettere il mondo dell’accoglienza

“Il nostro dovrà essere un luogo che connette col mondo dell’accoglienza partendo da quella di genere, da qui la collaborazione con la psicologa Caterina Arcidiacono del Dipartimento studi di genere della Federico II – conclude -. Avremmo potuto cadere nella trappola del ghetto, ma ferma restando l’importanza del clima familiare non è quel che intendiamo per «Casa». Abbiamo già dato accoglienza ad 80 persone”.

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