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Il ministro Fontana torna a far parlare di sé. Questa volta, nel mirino finisce la legge Mancino, che «in questi anni strani» ha scritto sul suo profilo Facebook, poi riportato dal Fatto Quotidiano «si è trasformata in una sponda normativa usata dai globalisti per ammantare di antifascismo il loro razzismo anti-italiano».  Insomma, per l’esponente leghista la legge antidiscriminazioni farebbe vittime, guarda caso, proprio tra i nostri connazionali. E sul banco degli imputati finiscono sempre loro, quelli del «pensiero unico».

L’antirazzismo ridotto a complotto anti-italiano

La condivisione del ministro, sulla sua pagina

Fontana, nella sua condivisione, si riferisce alla notizia per cui tra chi ha lanciato le uova all’atleta Daisy Osakue c’è anche il figlio di un appartenente al Partito democratico. Questo fatto scongiurerebbe, dunque, la matrice razzista di quell’atto, ma lascerebbe emergere il solito complotto anti-patriottico: il razzismo, dunque, si riduce a scusa ideologica «per puntare il dito contro il popolo italiano, accusarlo falsamente di ogni nefandezza, far sentire la maggioranza dei cittadini in colpa per il voto espresso». Insomma, nessuna emergenza razzismo in Italia, ma solo un pretesto per incolpare i nostri connazionali di aver scelto il “governo del cambiamento”.

“Abroghiamo la legge Mancino”

Una dichiarazione che sembra quella di chi vuol mettere le mani avanti, minimizzando i gravi fatti accaduti contro gli immigrati nel nostro Paese nelle ultime settimane. E che sembra avere uno scopo preciso: abrogare la legge Mancino, ovvero quel provvedimento che prevede aggravanti per quei crimini che hanno, appunto, una matrice razzista. L’unico razzismo che esiste, invece, sarebbe contro la nostra popolazione: «Se c’è quindi un razzismo» si legge ancora «è in primis quello utilizzato dal circuito mainstream contro gli italiani». E arriva pure il movente di questa operazione: «Un popolo che non la pensa tutto alla stessa maniera e che è consapevole e cosciente della propria identità e della propria storia fa paura ai globalisti, perché non è strumentalizzabile».

Una narrazione sempre uguale a se stessa

Fontana, durante il giuramento

Peccato che la narrazione del ministro cozzi con due evidenze. La prima, le aggressioni contro gli stranieri in queste ultime settimane – e per una curiosa coincidenza, da quando Lega e M5S hanno vinto le elezioni, ma questa è sicuramente una casualità – ci sono state. Si spara ai migranti, li si insulta per strada, si impedisce loro di andare al pronto soccorso, ecc. La seconda: i toni usati e la teoria del complotto sono un triste deja vu. Già ai tempi della lotta contro il “gender”, infatti, si parlava di un complotto – omosessualista, nel caso specifico – orchestrato dai fautori del “pensiero unico”.

Lo stop di Di Maio

E intanto il primo stop alle parole del ministro arriva dal vicepremier Di Maio: «La discussione sull’abrogazione della Legge Mancino può chiudersi tanto rapidamente quanto si è aperta», riporta Tpi. «Prima di tutto non è nel contratto di governo. In secondo luogo è uno di quegli argomenti usati per fare un po’ di distrazione di massa che impedisce di concentrarsi al 100 per cento sulle reali esigenze del paese: lotta alla povertà, lavoro e imprese». Salvini, invece, si era mostrato possibilista.

Luigi Di Maio

Ricorsi storici che portano male

Insomma, per giustificare la sua politica contro quelle garanzie che fanno di un paese un luogo civile e progredito, Fontana minimizza da una parte l’evidenza – siamo diventati una nazione violenta contro le persone straniere, lo dicono i fatti – e dall’altra ricorre al solito mantra di oscure presenze che tramano contro il benessere della nostra popolazione. Una dinamica a cui già qualche regime, ai tempi dei grandi totalitarismi del ‘900, aveva pensato. Se Fontana vuole ritornare sui famosi corsi e ricorsi storici, non ci è dato saperlo. L’unica cosa che sappiamo è come vanno a finire certi tentativi: molto male. Ed è la storia ad insegnarcelo. Il ministro dovrebbe esserne informato, per il suo bene e per quello del popolo che dice di voler rappresentare.

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