In Rainbow

La notizia è rimbalzata nelle maggiori testate generaliste e Lgbt italiane: ieri mattina Roma, insieme ad altre città, si è svegliata con i manifesti di ProVita e di Generazione Famiglia. Due associazioni omofobe che si scagliano contro la gestazione per altri – per altro volgarmente definita “utero in affitto” – e contro i padri gay. Come se nella città eterna non bastasse la spazzatura, che in questi giorni prospera rigogliosa come mai attorno ai cassonetti. Ma soffermiamoci su questi cartelloni, per capirne la violenza implicita. Violenza che non si scaglia soltanto contro i maschi omosessuali che decidono di avere dei figli.

Contro i bimbi e le bimbe arcobaleno

I primi ad essere offesi, in quella rappresentazione anche abbastanza grottesca, sono proprio i bambini che si dice di voler difendere. Un bambino è raffigurato dentro un carrello della spesa e con un codice a barre sul petto: ha un’espressione dolente, mentre dietro una coppia di maschi – per altro aitanti – guarda altrove, incuranti di quel dolore. Insomma, per le due associazioni che si battono contro i diritti delle persone Lgbt, i bambini e le bambine ottenute con Gpa non sono altro che “prodotti”, acquistabili al supermercato. E, ovviamente, non finisce qui.

Lo stereotipo del gay bello e ricco

Ritorniamo ai due finti “padri” e alla loro espressione indifferente. Si gioca sullo stereotipo del gay bello e ricco – i due sono ben vestiti e alla moda – che per soddisfare un suo capriccio non si preoccupa del dolore inferto al bambino. Quando basterebbe aver conosciuto una qualsiasi famiglia omogenitoriale, che sia formata da due padri o da due madri poco importa, per sapere che la cura nei confronti della prole è prioritaria. E, come qualsiasi genitore degno di questo nome, porta a sacrifici enormi a discapito dei propri desideri.

L’allusione alla pedofilia

Ma c’è di più: il bambino della foto, se guardiamo bene, assume una posizione strana rispetto a uno dei due “padri” ritratti alle sue spalle. E il tutto, corredato da quell’espressione sofferente, sembra voler alludere a un scena di violenza sessuale. Che si voglia alludere al pericolo “pedofilia” associato all’omosessualità? La cosa non stupirebbe. In tal caso questa immagine offenderebbe, ancora, chi ha subito violenza in tenera età, perché sembra usare quel dolore per colpire un modello sociale che si ritiene non idoneo.

Insultate le donne gestanti

E infine ci sono le gestanti, ridotte a parti del corpo date in affitto, quando basterebbe conoscere – anche in questo caso – chi si sottopone alla surrogacy per capire che parliamo di donne pienamente consapevoli di ciò che stanno facendo: mettere al mondo un bambino per altre persone, tra coppie di maschi gay e persone che non possono avere figli più in generale. Narrazione svilente, quella della donna usata come involucro – e avallata anche da certe realtà femministe e da personaggi interni al movimento Lgbt che tanto avrebbero da interrogarsi, sulla loro vicinanza ideologica a certi movimenti anti-gay.

E anche la lingua italiana…

Un cartello, insomma, che da solo offende tutte le categorie citate: le gestanti, i padri gay, i figli delle famiglie arcobaleno e chi ha subito violenza fisica in tenera età. E, se vogliamo dirla tutta, anche la lingua italiana. Perché solo una mente semplice – a voler esser buoni e non scomodare tutte le categorie dell’analfabetismo – potrebbe credere davvero che nelle famiglie arcobaleno si usino espedienti lessicali quali “genitore 1” e “genitore 2”. I bimbi arcobaleno, infatti, usano parole quali “mamma” o “papà”, come tutti gli altri. Andate e diffondete il verbo.

Due uomini non fanno una madre, fanno una famiglia

Infine. Su una cosa quel cartello ha perfettamente ragione: due uomini non fanno una madre e ciò è lapalissiano. Ma fanno una famiglia, ed è l’unica cosa che conta. Una famiglia in cui entrambi i genitori – sì, dello stesso sesso – riescono a essere figure funzionali, cioè in grado di tirar su bambini e bambine felici. Con buona pace degli omofobi o chi per loro.

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