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Rabbia e sete di giustizia. Se dovessi riassumere la manifestazione di ieri – quella a sostegno della Diciotti e delle persone indegnamente trattenute sulla nave, in barba al rispetto per i diritti umani – in poche parole, non saprei trovarne di migliori. La gente ieri era arrabbiata e non solo per quello che stava succedendo da giorni ai passeggeri: c’è il rifiuto, culturale e politico, di trasformare il nostro Paese nel filo spinato del Mediterraneo. Filo spinato che, dopo l’indagine su Salvini e il prevedibile scontro istituzionale che ne verrà, rischia di essere ad alta tensione.

Una tensione palpabile

Il molo di Levante

Scrivo poco più di un’ora dallo sbarco di tutti i/le migranti che erano stati trattenuti abusivamente sulla nave. La tensione, ieri, era palpabile. È cominciata quando un drappello di antagonisti ha quasi aggredito una piccola pattuglia di iscritti al Partito democratico locale. Le mani in faccia, spintoni, minacce fisiche. Uno di loro ha anche fatto il gesto del pugno, nei confronti di un militante dem: «Se non te ne vai da qui…» Alcuni di loro hanno anche intimato giornalisti e curiosi a non riprendere. Ignari, forse, che nelle pubbliche manifestazioni il diritto di cronaca – e più in generale il diritto di informare – è garantito dalla Costituzione.

Le critiche al Pd, gli errori degli antagonisti

Comprensibile che ritrovarsi i rappresentanti di un partito che, grazie a Minniti – la cui memoria è ancora molto fresca e le cui ferite inferte dalle sue decisioni sanguinano ancora – venga visto con sospetto. Certe scelte securitarie sono viste e percepite come consustanziali o come premessa alle politiche sui migranti di Salvini. Ma strategicamente parlando, quei cori contro il Pd non fanno che il gioco del leader della Lega. «Ero in Rifondazione» si lamenta uno degli iscritti, che è stato spintonato. Un altro ancora, mi dice: «Faccio parte della minoranza del partito. Vorrei che il Pd fosse questa cosa qui. Vorrei che fosse più spesso in piazze come questa. Ma come ci riesco, se poi mi cacciano?». Un errore di strategia, appunto.

Una variegata umanità

Un manifesto al corteo

Cominciano i discorsi. Il molo di Levante è gremito di gente, in barba a Salvini che aveva pubblicato un tweet di saluti ai quattro antifascisti riuniti contro le sue politiche. Ci sono i rappresentanti dei partiti, da quelli più radicali alle forze istituzionali. Ci sono i boy-scout e addirittura alcune suore. I movimenti ambientalisti, Amnesty International. Ci sono le famiglie. C’è anche le delegazioni di Arcigay Catania e Stonewall Glbt Siracusa, oltre singoli elementi Lgbt che esibiscono cartelli contro il razzismo. Vedi, qua è là, anche una bandiera arcobaleno: è portata da Andrea Maccarrone, ex presidente del Circolo Mario Mieli, che ha seguito da vicino la vicenda. Una varia umanità, che esibisce tutti i colori possibili e che grida più o meno all’unisono: “fateli scendere”.

Eritrea: uno dei peggiori regimi del mondo

Intanto cominciano i discorsi dal palco, approntato vicino all’ingresso del molo. Non è possibile raggiungere la nave: oltre a un cordone di polizia ben nutrito, cancelli e barriere impediscono a chiunque di potersi anche solo avvicinare alla banchina. Matteo Iannitti, già candidato nel 2013 per la lista di sinistra Catania Bene Comune, coordina gli interventi. Si parla delle condizioni disumane nella nave. Si parla del regime eritreo, uno dei più violenti tra le dittature presenti nel nostro pianeta. Servizio militare per tutti, fino a 65 anni. Solo dopo puoi ottenere un passaporto. E diritti umani calpestati. Esattamente come sta avvenendo nel nostro Paese, che sembra dimenticare il concetto di umanità.

Gli infiltrati di estrema destra

Un cartello di una persona Lgbt

Ci sono pure diversi infiltrati. Dalla provincia è addirittura arrivato un signore molto anziano, simpatizzante di Salvini. «Ma come» dice incredulo «qui non si manifestava contro i migranti?». Viene rimandato indietro, quasi con un moto di divertita ironia. Ci sono alcuni personaggi noti ai catanesi, dell’estrema destra. Una signora di una certa età ne riconosce uno. Lo prende per un braccio e lo porta via. Ha vent’anni, lui. Un sorriso un po’ beffardo, un po’ imbarazzato. Capelli rasati, solo fino a un certo punto. Non dice nulla, si lascia prendere e si fa accompagnare fuori dalla manifestazione. Altrove, alcuni ragazzi dei centri sociali mandano via altri militanti al grido di “fuori i fascisti dal corteo”.

Contro una narrazione dell’odio

Nel frattempo, il corteo si è mosso dall’ingresso del molo alla banchina opposta. Sembra quasi un saluto silenzioso e malinconico, quello di una Catania – ma la manifestazione era regionale e c’erano persone venute da tutte l’isola – che non si arrende alla narrazione d’odio che il “governo del cambiamento” sta dando non solo al Paese, ma anche del Paese di fronte all’opinione pubblica internazionale. Intanto la Luna sorge, per una mera coincidenza, proprio dietro la Diciotti, lì in mezzo al porto. Una bellezza che stona con la crudeltà che lo Stato Italiano sta perpetrando contro chi fugge da guerra, miseria e dittatura. La folla resta in silenzio, appunto. Interrotto dai cori di Bella ciao e dai fuochi d’artificio, offerti alle persone imbarcate.

Le cariche della polizia

Un momento dei fuochi d’artificio

Il corteo, quindi, torna indietro, vicino il molo dove è attraccata la nave. La situazione comincia a surriscaldarsi quando un gruppo di manifestanti decide di attaccare uno striscione forzando il cordone della polizia. Parte la carica. Vengono picchiati e feriti alcuni manifestanti. Una ragazza, Simona Viaggio Franco, scrive sul suo profilo Facebook: «La polizia ci ha caricato. Ho ricevuto una manganellata in testa. Adesso sono sull’autoambulanza, mi hanno dato solo del ghiaccio. Ad un altro ragazzo hanno spaccato la testa. Sono arrabbiata, ma da qui non me ne vado. Catania accoglie! Catania resiste!». Sui giornali apprenderemo, da lì a poco, che anche un poliziotto è rimasto contuso.

In mare, per raggiungere i migranti

Il tramonto scende infine sul porto e consegna il cielo alla notte. Molti manifestanti decidono di rimanere lì, aspettando che tutti e tutte vengano liberati sulla Diciotti. Alcuni si tuffano in mare, come atto dimostrativo e di disobbedienza. Per cercare di fare di quel pezzo di Mediterraneo rinchiuso dentro il porto un trait d’union tra noi e loro. Altri decidono di andar via. La notte farà evolvere gli eventi. Torno a casa con una grande malinconia nel cuore. Non mi piace vivere nel luogo che l’Italia sta diventando. Un paese in cui la classe politica non solo deroga a Twitter e al blog di turno una comunicazione politica di discutibile fattura, ma che svilisce la qualità di una democrazia che somiglia sempre più a quella di certe democrature di area turco-balcanica.

La Luna dietro la Diciotti

Trovare il coraggio di essere massa critica

Non mi piace, infine, che anche dentro chi vorrebbe essere migliore – e sia ben inteso, dal mio punto di visto ha tutte le carte in regola per esserlo – poi produce atti dettati da una rabbia che, seppur comprensibile, poi si trasforma in pratiche che non avremmo problemi a definire violente, se esercitate contro di noi in altri contesti. Ieri, a Catania, c’era davvero una moltitudine che dovrebbe trovare il coraggio e la volontà di essere massa critica non contro se stessa, ma contro il tentativo di riportarci in anni molto bui. E non possiamo davvero più permettercelo.

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