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Una brutta storia accaduta all’ospedale San Giovanni di Roma, a danno di Maria Laura Annibali e della moglie Lidia. Le due donne erano lì per un intervento in day ospital. Annibali, attivista romana, regista e presidente del Di’Gay Project, accompagnava la moglie: «La chiamo così, anche se in Italia non c’è il matrimonio. D’altronde che termine dovrei usare? La mia unita?». Comincia così la disavventura che l’ha coinvolta, ieri mattina, nella struttura sanitaria romana.

Chiacchiere da ospedale

annibali

Maria Laura Annibali durante una manifestazione

Annibali si è confidata a Gaypost.it, rilasciandoci la sua versione dei fatti. «Sono rimasta tutto il giorno ad aspettare che Lidia uscisse dalla sala operatoria. C’erano altre persone lì con me» e, come in questi casi, ci si ferma a parlare. Della propria vita e delle proprie esperienze. In casi come questo, arriva la domanda di rito: “E lei perché è qui?”. «Ho risposto che aspettavo mia moglie»: la donna con cui vive da molti anni e con cui si è unita civilmente, ci ricorda ancora. Quindi le chiacchiere si sono spostate sulla recente legge sulle unioni civili in un clima che l’attivista descrive come cordiale.

La reazione dell’uomo presente

In sala d’attesa «insieme a noi c’era un’altra coppia, un uomo e una donna». L’uomo è stato fatto entrare con la moglie perché quest’ultima non capiva bene l’italiano. Dal racconto di Annibali, i due sono stati in sala d’attesa proprio quando l’attivista ha dichiarato il suo orientamento sessuale. Quando invece sono usciti dall’ambulatorio, vedendo la signora in stato di evidente sofferenza, Annibali si è informata sulla sua salute. Ed è stato lì che l’uomo ha perso la pazienza, facendole notare che non erano affari suoi e che da tutta la mattina si sentiva infastidito dalle sue parole.

L’ipotesi: “Infastidito dall’aver dichiarato la mia identità”

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Annibali con la moglie Lidia

«Quell’uomo è stato lì con noi e con le altre persone con cui dialogavamo proprio quando ho detto che aspettavo mia moglie. Non capisco come posso avergli dato fastidio, visto che il resto del tempo è stato dentro con la sua». Secondo tale ricostruzione, per la presidente del DGP il problema sta proprio nell’aver dichiarato la sua identità e la natura del rapporto con la compagna. Permane adesso un senso di profonda amarezza. «L’uomo è stato allontanato, mentre gridava contro di me. Volevo chiedergli a cosa alludesse, ma aspettavo Lidia e ho preferito lasciar correre».

La solidarietà sui social

Intanto è scattata la solidarietà sui social network, come quella data da associazioni (tra cui il Mario Mieli di Roma e Stonewall GLBT di Siracusa) e da singoli/e militanti. Ma già ieri stesso Lidia si lamentava di un trattamento poco rispettoso nei confronti della loro realtà familiare su Facebook: «Dopo l’operazione con la flebo attaccata al braccio chiesi all’infermiera di far sapere qualcosa ai nostri parenti fuori, neanche mi rispose se ne andò» racconta, dal profilo della moglie. Continuando: «Una signora mi disse fuori c’è la sua amica che la sta aspettando io le risposi non è mia amica ma mia moglie, nella stanza ci fu un silenzio tombale, dentro di me feci una considerazione “ancora nessuno ha accettato questa legge delle unioni civili, probabilmente ci vorranno secoli”».

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