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Quando mancano poche sezioni alla fine degli scrutinii delle elezioni amministrative, i risultati possono già considerarsi definitivi. Vale la pena, dunque, dare un’occhiata ai risultati ottenuti dal partito nato con l’unico scopo di contrastare i diritti civili (non solo quelli delle coppie gay e lesbiche, ma anche il divorzio, l’interruzione di gravidanza ecc.) e il famigerato “gender nelle scuole”. Stiamo parlando del Popolo della Famiglia fondato qualche mese fa da Mario Adinolfi e che puntava a trasformare in forza politica quella parte di Paese che ha partecipato o ha appoggiato gli ultimi due Family Day.

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Un comizio di Mario Adinolfi a Rimini

Candidato a Sindaco di Roma, ma leader nazionale del suo partito, Mario Adinolfi si è fermato allo 0.6 per cento per un totale (ripetiamo, a scrutinio ancora in corso) di circa 7.223 voti (la lista, invece, non arriva ai 6.800 voti). È il quarto peggiore risultato tra quelli dei comuni in cui il Pdf si presentava, seguito solo da quello di Torino con lo 0.53 per cento, da quello di Napoli con lo 0.37 per cento e da Crotone con lo 0.22 per cento. Di certo non si può dire che siamo davanti ad un nuovo leader riconosciuto.

A Rimini, il Pdf arriva all’1.59 per cento, a Bologna all’1.19 per cento, a Salerno all’1.69 per cento (insieme a Libertas Democrazia Cristiana), ad Assisi all’1.63 per cento. Il risultato migliore è quello di Novara dove gli adinolfiani erano in coalizione con altre liste, con il 2.05 per cento seguita da Varese con il 2.03 per cento (pari a 534 voti) anche qui in coalizione con Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia e altre liste civiche di destra, coalizione che arriva al ballottaggio.

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Un comizio di Adinolfi a Bologna

In termini assoluti, il Pdf raccoglie appena 23.053 voti se si considerano anche quelli delle coalizioni in cui non compare il simbolo (tra cui Milano dove Nicolò Mardegan arriva a 5974 voti con la lista “Noi per Milano”): quel “Renzi, ci ricorderemo” scritto in uno striscione al Family Day del Circo Massimo non si è trasformato in voto o, quanto meno, non in un voto di fiducia verso chi ha tentato di coagularlo attorno ad un simbolo. Una cifra, per altro, molto lontana da quei due milioni di partecipanti sbandierati dagli organizzatori dell’evento, ma ampiamente smentiti da banali calcoli matematici basati sulla superficie delle piazze.

Del resto, la mossa di dare vita ad un partito non aveva convinto fin dall’inizio nemmeno gli altri organizzatori dei raduni di fondamentalisti cattolici, tanto che lo stesso Massimo Gandolfini non aveva aderito.
Secondo Adinolfi, che ha commentato stanotte i primi risultati, a scrutinio terminato il suo partito si attesterà “oltre l’1 per cento” su scala nazionale, ritenuto un buon traguardo. Il direttore de La Croce si rifà alla storia di partiti come il M5S e la Lega che alle prime uscite elettorali presero percentuali basse per diventare, poi, forze determinanti. Adinolfi ora aspira al 3 per cento nazionale. “Il M5S concorreva a Roma alle amministrative 2011 e si fermò al 2 per cento”, dice.
Peccato che i numeri dicano un’altra cosa rispetto all’1 per cento ventilato da Adinolfi. Sui 13 milioni circa di elettori chiamati al voto, si sono recati alle urne in 8.274.797, pari al 62,14 per cento (dati ufficiali del Viminale). I 23.053 voti del Popolo dell Famiglia sono pari allo 0,28 per cento dei voti espressi. Per quanto i dati non siano definitivi, a questo punto appare alquanto improbabile un balzo tale da superare l’1 per cento. Pare che da quelle parti continuino ad usare la stessa calcolatrice guasta con cui hanno contato i partecipanti al Family Day, insomma.
Ah, se state pensando che “be’, però le liste del Pdf non erano presenti in tutti i comuni”, la risposta è: sì, è vero, ma il fatto che non abbiano avuto la forza di esserci ovunque si votasse è un dato di per sé significativo.

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