In Aiuto il gender!, Cool

Ieri sera al Festival di Sanremo è tornato sul palco Achille Lauro. Dopo l’esibizione della prima sera, era logico aspettarsi un sequel. E c’è stato.
Sul palco è arrivato rendendo omaggio a David Bowie nei panni di Ziggy Stardust, cantando “Gli uomini non cambiano” di Mia Martini con Annalisa. E non l’ha cantata cambiando il genere da femminile in maschile (come avrebbero fatto altri cantanti). L’ha interpretata iniziando a cantare “un passo indietro” rispetto ad Annalisa e alternando maschile e femminile, mischiando i generi. Solo per fare un esempio, l’inizio è stato questo: “Sono stato anch’io bambina”.
E oggi, proprio come la prima sera, fuori dai salotti televisivi ingessati della Rai è tutto un discutere di Achille Lauro.

La scelta del marketing

Più che sulle doti canore, anche questa volta, la discussione e le critiche più feroci sono su di lui, sul personaggio e, inconsapevolmente, sui messaggi che lancia.
“E’ solo marketing”, dicono i meno feroci. E’ un artista che vorrebbe vivere della sua arte. Il che di per sé è già legittimo. E per farlo serve il marketing che, per inciso, fanno tutte e tutti sul palco di Sanremo. C’è chi lo fa con pietosi siparietti da adolescente in piena tempesta ormonale e chi lo fa come lui.
Clonate Achille Lauro. Ora.

achille lauro sanremo

Achille Lauro ieri sera sul palco di Sanremo

Gender fluid da 54% di share

La verità è che Achille Lauro, il suo mischiare generi, sparigliare le carte dei ruoli di genere e il suo farlo essendo eterosessuale dal palco più visto d’Italia (ieri sera col 54,5% di share) è destabilizzante (sì, ancora nel 2020).
Lo è per le persone lgbt+ più normative, quelle che si riconoscono più nel modello rassicurante à la Tiziano Ferro, per intenderci. E lo è per le persone etero, specialmente maschi. E quando qualcosa ti destabilizza, reagisci alzando scudi che ti proteggano. Che proteggano quello che sei sempre stato, gli schemi che hai sempre seguito, tutto quello che (pensi) ti tenga al sicuro.
Di lui si parla ovunque sui social, perfino in gruppi dove la questione binarismo di genere non è mai stata affrontata e non ha alcun nesso col tema del gruppo. Donne, per la maggior parte, in brodo di giuggiole. Uomini, per la maggior parte, impegnati a screditarlo perché sarebbe “poco maschio”.
Ha fatto centro.

Il nemico che si sgretola

E’ destabilizzante anche per chi vede nelle persone etero, specialmente i maschi bianchi, il nemico per eccellenza (con buone ragioni, bene inteso) e non distingue tra paradigma e singole persone.
Se il nemico è l’insieme di persone, quando una persona di quell’insieme smonta i pilastri a fondamento della categoria, manda in tilt chi è più intento a puntare il dito su quel gruppo nella sua totalità che a guardare oltre il dito. Il nemico comincia a sgretolarsi. E se è il nemico che ti definisce, è un problema. E via di alzata di scudi.

Zitti, in fondo al corteo

Un po’ come quelle femministe d’antan (per concezione, non per età) che danno di matto quando un uomo parla di donne, a prescindere che lo faccia sapendo quello che dice oppure no. Sei maschio, devi stare zitto e in fondo al corteo, se proprio non riesci a restare a casa.
Invece da femministe c’è da gioire quando un uomo parla di femminismo, si definisce femminista, fa un percorso su se stesso e sul modello di uomo/maschio che gli è stato imposto fin dalla culla, quando condivide quel percorso e lo fa con consapevolezza (ovviamente).

Spazi inclusivi, non esclusivi

Critichiamo e attacchiamo i maschi bianchi etero perché rispondono al modello patriarcale ed eteronormativo (giustamente), ma quando lo abbandonano (o, almeno, ci provano) ci sentiamo privati di qualcosa, di quello spazio che abbiamo concepito come esclusivamente nostro e non inclusivamente di tutti/e coloro che volevano entrarci.
Invece lasciamoli entrare, con la giusta selezione all’ingresso (sai di cosa parli? hai gli strumenti o hai voglia di acquisirli? ti sei messo in discussione?).
In fondo, è un successo di decenni di battaglie femministe e queer. Non è quello lo scopo? Abbattere gli schemi patriarcali? E questo non prevede, forse, che ogni singola persona lo faccia partendo da se stessa fino a quando lo schema non avrà nessuno che lo rispetta?
Perché se non stiamo parlando di questo, forse non stiamo lottando: stiamo solo disegnandoci addosso dei personaggi.
Certo, non sappiamo come sarà tra 20 anni Achille Lauro. Ma intanto prendiamoci il suo essere destabilizzante ora.

Ps: no, nessun commento su chi “il Duca Bianco non si tocca!”. Non ci interessano le religioni, neanche quelle laiche.

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