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Dopo il Tar del Veneto anche quello della Lombardia ferma le delibere omofobe dei sindaci che tentano di ostacolare le unioni civili. Ma se il Tar Veneto si è limitato a sospendere le delibere dell’ex sindaco Bitonci, quello Lombardo si è spinto oltre, bocciando i provvedimenti della sindaca di Stezzano, la leghista Elena Poma.

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La sala matrimoni a confronto con l’ufficio destinato alle unioni civili

Come anche altri sindaci di destra, Poma aveva stabilito che le unioni civili non si potevano celebrare nella stessa sala prevista per i matrimoni relegandole ad un locale adiacente all’Ufficio dei Servizi demografici. Inoltre la sindaca si era esclusa dalla celebrazione delle unioni, contravvenendo ai suoi doveri di ufficiale di stato civile. Contro la decisione della giunta, aveva fatto ricorso una coppia gay per nulla intenzionata a cedere difronte al tentativo di discriminazione. A seguire il caso dei due uomini sono stati gli avvocati Vincenzo Miri e Massimo Giavazzi di Rete Lenford.
Ieri pomeriggi è arrivata la sentenza del Tar che annulla la delibera della giunta.

“Per la prima volta – scrivono Miri e Chinotti in una nota – una sentenza di merito, eliminando una discriminazione ideologicamente posta in essere da un Ente locale, offre una approfondita disamina del comma 20 della legge Cirinnà, statuendo che, per effetto di un processo di immediata eterointegrazione generato da quel comma, le disposizioni del regolamento comunale per la celebrazione dei matrimoni civili devono intendersi automaticamente valevoli e applicabili anche nel caso di celebrazione delle unioni civili”.

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L’ufficio per le unioni civili con il nuovo arredamento voluto dalla sindaca

In sostanza, spiegano i legali, il comma 20 della legge sulle unioni civili prevede che quanto stabilito per la celebrazione dei matrimoni deve intendersi esteso anche alle unioni delle coppie dello stesso sesso e la delibera della giunta di Stezzano contravveniva a questa prescrizione.
“Il Collegio ha annullato la deliberazione anche nella parte in cui si è operata una preventiva e generalizzata autoesclusione del sindaco dalla costituzione delle unioni civili – osserva Chinotti -, chiarendo ancora una volta che nella legge Cirinnà non è prevista l’obiezione di coscienza e che non si può aggirare questa scelta nella fase attuativa della legge”.

Non solo la delibera è stata annullata, imponendo così al comune di Stezzano a rispettare la legge senza discriminare le coppie gay e lesbiche, ma la sentenza stabilisce un risarcimento di circa 6000 euro per le spese legali sostenute dalla coppia ricorrente.
“Chi pagherà questi 6000 euro – si chiede Marco Arlati, presidente di Arcigay Bergamo che ha seguito la vicenda dal punto di vista politico -? Saranno pagati con i soldi delle casse del comune e quindi dei cittadini di Stezzano, o li pagherà la sindaca, dato che tutto parte dalle sue posizioni personali contro le unioni civili? Per non parlare dei soldi spesi per cambiare l’arredamento di quella stanza”.

Dopo il clamore mediatico suscitato sulla stampa locale dalla delibera, infatti, la sindaca aveva fatto sostituire i mobili dell’ufficio destinato alle unioni civili. “Allo scorso consiglio comunale di Stezzano – dichiara Arlati a Gaypost.it – ho posto personalmente la domanda alla sindaca che non mi ha risposto, anzi mi ha dato del maleducato. Ora che c’è la sentenza, tornerò al prossimo consiglio comunale a porre la stessa domanda“.

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