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Franco Buffoni

È di qualche mese fa la pubblicazione di Pettorine arancioni e altre poesie (Carteggi letterari editore), una preziosa plaquette di Franco Buffoni, composta di versi inediti e dei disegni di Francesco Balsamo. Questa raccolta mostra la solitudine dell’uomo contemporaneo, che è una parte anonima della massa e, al tempo stesso, un animale profondamente narcisista. Su un paesaggio alienato, dove dei rapporti umani non restano che frammenti, pezzi scomposti, rovine, emerge un mondo quotidiano fatto di gesti apparentemente inutili, ma che anche solo per un istante sembra resistere alla macchina schiacciante della Storia, con le sue semplici illusioni, con le sue «piccole cose».

Fin dal titolo, Pettorine arancioni e altre poesie, capiamo quale centralità abbiano, nel mondo poetico di Buffoni, gli oggetti e le «piccole cose». Pensiamo alla «Yamaha» della poesia intitolata Silvano il pasticcere con cui Guido, «diciottenne tornitore» passava a prendere «Silvano il pasticcere sedicenne», approfittando della pausa-pranzo; pensiamo al «panino dei baci», che Guido e Silvano consumavano, di nascosto, «sul greto» del fiume Ticino; pensiamo al «camion» che, sulla strada di ritorno, investe Guido, lasciando di lui solo «una foto», sulla quale sono incise delle «mani», «mani di vaniglia» – quelle di Silvano – strette sulla sua «tuta», «sbiadita su un fianco» per usura forse e per il segno bianco della vaniglia.

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La copertina del libro

Ma l’attenzione per le piccole cose, che rivelano nella loro semplicità una eloquenza insospettata, caratterizza gli scenari che Buffoni evoca anche nelle sue numerose raccolte precedenti. Pensiamo a quella del 2015, Avrei fatto la fine di Turing (Donzelli), ampia meditazione sul rapporto con padre e madre, nella quale si insinua lo spettro del martirio che avrebbe potuto subire il poeta per via della sua omosessualità, proprio come accadde ad Alan Turing, matematico morto suicida dopo la castrazione chimica, cui fu costretto per il suo orientamento sessuale.

In questa poesia-racconto (c’è come una trama che collega ogni componimento) ritroviamo oggetti, gesti, piccole cose associate alla figura paterna, come ha scritto Cecilia Bello Minciacchi: «la bottega del barbiere di domenica mattina», «il nodo alla cravatta», il «triangolo bianco del colletto»; e poi le «borse a fiori» della mamma, la sua «corona del rosario». Ma ancora più dirompenti sono questi versi, sempre tratti da Avrei fatto la fine di Turing, che associano l’amore, ancora una volta, a degli oggetti, aprendo uno squarcio su interno domestico: «L’amore è un lavoro, o forse un lavorìo / Di piatti di bicchieri di ferri da stiro / Ancora in garanzia»; e poi come se uno di quei bicchieri si rompesse improvvisamente, il poeta conclude accostando l’amore a «un taglio al dito che non si rimargina».

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Buffoni a Caorle, per il premio alla carriera

In tutta la produzione di Buffoni ritroviamo questo «taglio al dito», una passione così incisiva, che non si può rimarginare, che è capace di rivoluzionare nel bene e nel male (vedi Turing o i tanti casi di cronaca nera) la vita di una persona: Il profilo della rosa (2000), Noi e loro (2008), Roma (2009), solo per citare alcune delle sue opere poetiche più famose, tralasciando i saggi, i racconti, i romanzi, le traduzioni. La rappresentazione dell’amore di Guido e Silvano, che è sempre stato cantato come una passione abnorme, misteriosa, sconvolgente è strettamente legato alla scelta di Buffoni di mostrare le piccole cose, i gesti minimi e di adottare uno stile semplice, illuminante.

Pensiamo alle due figure di ragazzi ritratti in Noi e loro, che il poeta vede seduti a Campo de’Fori a ristorarsi, dopo la parata del Gay Pride: «giovani puliti timidi e raggianti / dritti sulle sedie col menù»; «Lessi – continua il poeta – una dignità in quel gesto educato / Al cameriere, un felicità / Di esserci»: «decisi che li avrei pensati sempre / Così dritti sulle sedie col menù». Pensiamo anche alla coppia di anziane signore, anche loro di ritorno dal Gay Pride: «“E il caffè dove lo prendiamo?” / Chiede quella più debole, più anziana / Stanca di camminare. Alla casa del cinema, / Là dietro piazza di Siena. (…) Si erano scambiate un’effusione / Un abbraccio stretto, un bacio sulle labbra, / Parlavano in francese, una da italiana / “Mon amour” le diceva, che felicità / di nuovo insieme qui».

Buffoni intende mostrare di quell’amore tutta la normalità, che ancora oggi gli viene negata o perlomeno, quella porzione di ordinarietà, quasi di quotidianità grigia, che appartiene a qualsiasi sentimento erotico, di qualunque orientamento sia: tanto intenso e vertiginoso, peccaminoso quanto ordinario, abitudinario, fatto di piatti da lavare, sigarette da comprare… oggetti.

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