In Rainbow

Se c’è un orribile pregiudizio che fa fatica a morire è quello che collega l’HIV/Aids all’omosessualità. Tutt’ora, a trent’anni di distanza da quando la repentina diffusione del virus uccise centinaia di persone in tutto l’Occidente, è fortemente radicata la convinzione che sia un problema che riguarda solo gli omosessuali maschi.
A smentire la bufala, a pochi giorni della Giornata Internazionale contro l’HIV/Aids è la Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri tramite il suo sito di risposte dottoremaeveroche.it.

Come nasce il pregiudizio

Un lungo articolo spiega da dove nasce questa convinzione e perché, fin da subito, si dimostrò priva di fondamento.
“La storia dell’AIDS, cioè della sindrome da immunodeficienza acquisita, e dell’HIV, il virus che la causa, ha avuto inizio nel 1980, negli Stati Uniti, al Los Angeles Medical Center – si legge sul sito -. Il dottor Micheal Gottlieb venne chiamato a visitare un paziente (trentatreenne, bianco, omosessuale) con una grave forma di polmonite e un’infezione orale dovuta al fungo Candida albicans. Il paziente mostrava anche segni di un’infezione da citomegalavirus. A distanza di un anno lo stesso medico Gottlieb visitò un altro paziente, omosessuale di 33 anni, che mostrava un quadro clinico molto simile. Nel giro di poco aumentarono i casi di giovani uomini omosessuali con infezioni soprattutto di C. albicans e citomegalovirus”. Tutti avevano in comune una “forma di immunodeficienza di origine ignota purtroppo incurabile – continuano gli esperti – che inizialmente la comunità medico-scientifica chiamò con il nome di Gay Related Immunodeficiency Syndrome (sindrome da immunodeficienza correlata all’essere gay)”. Eccola, l’origine dello stigma tutto centrato sui maschi gay. E’ allora che nasce la “peste gay”.

Da “peste gay” a Aids

Ma subito dopo arrivò anche la smentita dello stigma. Perché, continua il sito, seguì una segnalazione “da parte del Jackson Memorial Hospital di Miami, in Florida, di diversi casi analoghi che riguardavano però pazienti non bianchi e non omosessuali, sia uomini sia donne. Nel giro di poco i Centers for disease control statunitensi riportavano altri casi tra tossicodipendenti e anche emofiliaci. Il quadro che emergeva era quello di una malattia trasmissibile sessualmente o attraverso il contatto diretto con sangue infetto. Nel 1982 il termine Gay Related Immunodeficiency Syndrome venne quindi corretto in Acquired ImmunoDeficiency Syndrome, da cui la sigla AIDS con cui viene chiamata la sindrome in tutto il mondo”.

I dati

A parlare chiaramente, qualora servisse ancora, sono i dati epidemiologici, diffusi dai medici anti-bufale. In Italia, ad esempio, nel 2017 sono state 3.443 le nuove diagnosi di infezione da Hiv, pari a 5,7 nuovi casi per 100.000 residenti. L’incidenza è pressoché uguale a quella della media osservata tra le nazioni dell’Unione europea (5,8 nuovi casi per 100.000). I casi più numerosi, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, sono attribuibili a trasmissione eterosessuale (46%), seguiti dai casi relativi a maschi che fanno sesso con maschi (38%) e persone che usano sostanze stupefacenti (3%). Il dato è chiaro: solo 4 casi di nuove infezioni su 10 riguardano maschi che fanno sesso con maschi.

Comportamenti, non persone a rischio

Per questo, dunque, non ha senso parlare di categorie a rischio, ma è più corretto parlare di comportamenti a rischio. Quali? La risposta arriva ancora una volta dai medici.

“Esistono tre diverse modalità di trasmissione dell’Hiv – spiegano -: via ematica, via sessuale (che è la più comune) e via materno-fetale. Il contagio per via ematica avviene attraverso lo scambio di siringhe infette o attraverso trasfusioni di sangue infetto. Quello per via sessuale è il più diffuso: la carica virale presente nello sperma e nelle secrezioni vaginali può infatti raggiungere livelli elevati. Pertanto tutti i rapporti sessuali non protetti dal preservativo possono essere causa di trasmissione dell’infezione. Terza e ultima modalità di trasmissione è quella da madre a figlio: può avvenire durante la gravidanza, durante il parto o con l’allattamento”. Vale la pena di aggiungere che diversi studi scientifici hanno dimostrato che una persona con HIV sotto terapia con carica virale “undetectable” (cioè non rilevabile) non trasmette il virus neanche durante rapporti sessuali non protetti.

Baci e strette di mano

I medici ricordano, poi, altri falsi miti legati alla trasmissione del virus che hanno alimentato per decenni lo stigma sulle persone con HIV.
“Non basta una semplice stretta di mano o la condivisione di oggetti casalinghi, quali piatti, bicchieri o posate, o un semplice bacio per essere contagiati – spiegano -. Un bacio è potenzialmente contagioso solo nel caso in cui sia un bacio in bocca e la persona sieropositiva abbia delle lesioni macroscopicamente visibili nella mucosa boccale: quindi è un evento raro”.

Fermare l’ignoranza per fermare l’HIV – Aids

“La pandemia dovuta all’Hiv in molte parti del mondo si sta ancora espandendo. Forse uno dei maggiori fraintendimenti dell’opinione pubblica (e dei mezzi di comunicazione) è la confusione tra nuovi casi di Aids, intesi come malattia conclamata, e nuovi casi di infezione – scrive Giovanni Maga, responsabile della sezione Enzimologia del Dna & Virologia molecolare presso l’Istituto di Genetica molecolare Igm-Cnr di Pavia, nel suo libro ‘Aids: la verità negata’-. I primi stanno diminuendo, grazie alle terapie, i secondi invece sono stabili o addirittura in aumento. E sono questi ultimi che devono preoccupare. Per ogni persona che viene trattata con i farmaci, altre due si infettano. A limitare grandemente la nostra capacità di contenere, anzi fermare l’epidemia, più degli impedimenti tecnici o dei limiti scientifici sono l’ignoranza e il pregiudizio come percezione della malattia quale elemento stigmatizzante dei malati, che porta a utilizzare l’Aids come fattore di discriminazione sociale”.

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