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Sono servite otto coltellate per uccidere Elena Grigorieva, attivista russa per i diritti Lgbt. Pugnalate alla schiena, poi alla faccia e infine strangolata. Il suo corpo è stato ritrovato domenica sera un centinaio di metri da casa sua, a San Pietroburgo.

L’indifferenza della polizia

A dare la notizia Dinar Idrisov, nota attivista per i diritti umani: “Lena e il suo avvocato si erano rivolti diverse volte alle forze dell’ordine. Sia per  le ripetute aggressioni sia per denunciare le costanti minacce. Non c’è stata alcuna reazione evidente da parte della polizia”

Le minacce

Grigorieva aveva 40 anni e una vita dedicata all’attivismo: Lgbt, per la democrazia e contro la guerra.
Il nome di Grigoryeva era comparso in un sito insieme a quello di altri attivisti Lgbt: il sito invitava le persone a mobilitarsi contro chi osava fare propaganda omosessuale. Non solo, fondatrice di un centro di ricerca Lgbt nella città di Ekaterinburg aveva ricevuto un lettera firmata da “Un curatore di gay” che invitava a chiudere il centro altrimenti “qualcosa di molto brutto e molto triste” sarebbe avvenuto

Una vita accanto al movimento Lgbt

Le fotografie pubblicate sulla pagina Facebook di Grigoryeva la ritraggono per strada, nei sit-in, sempre a fianco della comunità Lgbt russa. Una foto scattata durante uno degli ultimi presidi la ritrae con un cartello con su scritto: “In Russia ci sono più di 5 milioni di persone gay. A causa dell’arretratezza e dell’odio, sono costrette a vivere in segreto. “

 

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