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I diritti umani delle donne in Italia sono violati dalle serie difficoltà che devono affrontare per ottenere aborti sicuri, dovute ai molti dottori che si rifiutano di eseguire le procedure, ha affermato lunedì il Consiglio d’Europa.
Il Comitato per i diritti umani del Consiglio d’Europa ha infatti verificato che non sono rispettati sia il diritto alla salute delle donne, che quello dei medici non obiettori di coscienza alla dignità lavorativa.

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foto di Elisa Manici

Le donne, per riuscire a ottenere una interruzione volontaria di gravidanza (Ivg), sono spesso costrette a spostarsi, in qualche caso addirittura all’estero, o a ricorrere all’aborto clandestino. I medici non obiettori finiscono spesso per praticare soltanto aborti, e per essere intralciati negli avanzamenti di carriera, oltre che nell’insegnamento
Queste situazioni possono comportare rischi considerevoli per la salute e il benessere delle donne coinvolte, il che è contrario al diritto alla tutela della salute”, ha dichiarato il Comitato.

Il Consiglio d’Europa si è pronunciato su un ricorso presentato dalla Cgil nel 2013, secondo cui, tra le altre cose, il Ministero della Salute sottostima drasticamente il numero di aborti clandestini, che sarebbero circa 50mila all’anno, e non tra i 12 e i 15mila, come sostengono le ultime stime ufficiali, risalenti al 2012.
L’obiezione di coscienza tra i ginecologi italiani è al 70%, con punte del 93% in Molise e nella provincia autonoma di Bolzano, seguite a stretta distanza dal 90% della Basilicata, e dall’88% della Sicilia. Dati allarmanti, raccolti dallo Stesso Ministero della salute nella relazione sull’attuazione della legge 194 presentata a fine ottobre 2015, e che si riferiscono al 2013-2014.
Il taglio della relazione cerca di indorare la pillola e affermare che la situazione è sotto controllo, ma i numeri parlano da soli. La ministra della Salute Beatrice Lorenzin si è detta “stupita” e ha ipotizzato che si tratti di dati ormai vecchi. Poi ha assicurato che in Italia “non c’è alcuna violazione del diritto alla salute”.

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Un’immagine del massacro della Diaz (Genova, luglio 2001)

Il diritto delle donne a poter praticare un aborto sicuro e legale è stato ulteriormente minato dal decreto depenalizzazioni approvato in gennaio dal Consiglio dei Ministri. L’aborto clandestino non è più reato, ma la sanzione economica è passata dai 51 euro simbolici di prima, che permettevano alla donna sia di denunciare che di andare in ospedale alla prima complicazione, a una cifra che varia dai 5mila ai 10mila euro. È evidente che precarie, disoccupate, migranti non potranno mai permettersi queste cifre, e che si guarderanno bene dall’andare in ospedale in caso di necessità, e che saranno quindi costrette a subire una situazione di rischio aumentato esponenzialmente.

Ma questa non è certo la prima volta che l’Italia si fa bacchettare dal Consiglio d’Europa e dalla sua Corte europea per i diritti umani. Siamo, da anni, il Paese col più alto numero di sentenze non applicate (ben 2622 nel 2014) e tra quelli che devono risarcire i propri cittadini con somme più ingenti: nel 2012 la Corte ha condannato l’Italia a pagare indennizzi per 120 milioni di euro. Nel 2015 questa stessa Corte ha condannato l’Italia per la discriminazione nei confronti di tre coppie omosessuali, che avevano fatto richiesta di affiggere le pubblicazioni di matrimonio nei Comuni di residenza, stabilendo un indennizzo di 5000 ciascuna.

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Beppino Englaro

Pochi giorni fa la Corte ha stabilito che il blitz della polizia alla scuola Diaz, durante il G8 del 2001, deve essere qualificato come tortura, e ha condannato l’Italia sia per questo che per l’assenza di una legge che punisca il reato di tortura. Eppure, il nostro è un Paese iper-normato, che produce molte più leggi delle altre nazioni: nel 2011, ad esempio, il Regno Unito ha promulgato 25 nuove leggi, la Germania 153; l’Italia, unendo leggi e decreti legge, arriva a 425.
È ancora di questi giorni la sentenza del Tar della Lombardia che ha condannato la Regione a risarcire Beppino Englaro con 142mila euro, a causa dell’otruzionismo che ha “impedito al ricorrente di dare seguito alla volontà della figlia di non continuare a vivere in quello stato di incoscienza permanente”, incompatibile col “suo stile di vita e i convincimenti profondi riferibili alla persona, correlati ai fondamentali diritti di autodeterminazione e di rifiutare le cure”, come si legge nel pronunciamento del Tar.

Tante situazioni diverse, un unico filo conduttore: i diritti civili e umani fondamentali, alla salute, all’autodeterminazione, a non subire tortura, o a sposare chi vogliamo, che l’Italia sembra poco capace di garantire ai suoi cittadini. Un’incapacità che, oltretutto, ha anche dei costi economici.

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