E alla fine si giunse a New York, detta anche – come molti e molte di voi già sanno – la Grande Mela. Vi state chiedendo perché si chiama così? Curiosando qua e là – Wikipedia santa subito – si scopre che «la prima menzione dell’espressione compare nel 1909, nel libro The Wayfarer in New York di Edward S. Martin» in cui a una certa si legge: «Lo stato di New York è un melo, con le radici nella valle del Mississippi». L’uso verrà poi riproposto, negli anni a venire, nel linguaggio sportivo. E, apprendiamo ancora, «una grossa mela rossa era proprio il compenso che ricevevano i musicisti jazz degli anni ‘30 suonando nei locali di Harlem e Manhattan».
L’Empire State Building
In aeroporto, siamo subito stati accolti – la Coppola ed io – da un manifesto arcobaleno. La città, in effetti, si sta preparando (e sembra pure da un bel po’) a ricevere la poderosa parata che il 30 giugno prossimo colorerà le strade: secondo gli organizzatori, si aspettano quattro milioni di partecipanti al World Pride. E andando in giro, gli arcobaleni non mancano. In tram, nei negozi (anche quelli molto fighi), per i bar e i ristoranti – anche quelli non Lgbt – e sulle ambulanze addirittura.
Sì, lo so cosa starete pensando: non è più il pride di una volta, i moti di Stonewall non nascono con quelle motivazioni lì e adesso è tutto molto più commerciale. Il che, se vogliamo, è pure vero. Mi riservo di tornare più in là su questo argomento – voglio un attimo capire cosa mi circonda, prima di dare un giudizio – ma io credo che un fine (uno dei tanti) di quella rivolta fosse, anche, essere trattati/e come chiunque altro. E forse questo risultato lo si è portato a casa. Al netto di tutte le criticità, ça va sans dire.
Il nostro quartiere è di quelli che vedi uguali uguali nei film. Con tanto di idrante che esplode e bagna qualsiasi cosa gli sta di fronte. Sembrava fatto apposta, lo giuro, quando il taxi ci ha lasciati di fronte la casa che abbiamo preso in affitto per questi giorni e siamo passati di fronte a un’ondata d’acqua che zampillava libera per strada, verso il cielo. È un quartiere multietnico, si chiama Williamsburg e pare sia uno di quelli che ha ripreso vita, negli ultimi anni, divenendo uno dei centri culturali della città.
La Biblioteca sulla 5 Avenue, con una mostra su Stonewall
Ad ogni modo, gentrificazione o meno, qua una cosa non ti manca: la diversità culturale. Latinos, asiatici, gente di tutti i tipi che è venuta a vivere qui… Lo vedi dalle chiese. Ce ne sono per tutti i gusti, da quelle dei Testimoni di Geova alle chiese cristiane latinoamericane (alcuni con nomi abbastanza suggestivi). E se ti perdi per Harrison Street, ti sembrerà di essere stato catapultato in un altro mondo, entrando nel quartiere degli ebrei ortodossi, con le loro acconciature caratteristiche, i loro abiti tradizionali, con quel sapore un po’ retro e un po’ distopico allo stesso tempo.
E insomma, è vero quello che mi dicevano quando sono partito per questa esperienza. Vedrai che è una città che ti entra nel cuore, un passo alla volta. Una città, dicono quelli che ci abitano e chi conosce bene il resto degli States, che nulla c’entra con il resto dell'”americanità”. Adesso è ancora un po’ presto per fare bilanci e per cercare di capire dove sono finito davvero. Per è vero che vedere tutta questa diversità che si mescola e che in un modo o nell’altro prova a trovare un suo equilibrio, ti fa un bell’effetto. Poi, si sa, gli occhi del turista sono altra cosa, rispetto agli occhi di chi affronta la realtà. Ma questa è un’altra storia.
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