Trecentosessantacinque giorni: è il lasso di tempo in cui Patrick Zaki è stato trattenuto in carcere, nel suo paese d’origine, in Egitto. Dal 7 febbraio 2020, il giovane studente egiziano iscritto all’Università di Bologna è in cella, con accuse gravissime, ma pretestuose: «disturbare la pace sociale» ricorda Il Post.it, oltre ad «aver incoraggiato le proteste contro l’autorità pubblica e il rovesciamento dello stato egiziano». Accuse, ricorda ancora il giornale on line, che «di solito il regime egiziano – noto per essere repressivo e violento – rivolge ai dissidenti o a chi è critico nei confronti del governo».
Specialista in gender studies, presso l’ateneo emiliano, il regime ha usato strumentalmente questa informazione per costruire una vera e propria “accusa di omosessualità”. Come ricorda ancora Open, Patrick è stato descritto dalla stampa egiziana «come un attivista nel campo dei diritti degli omosessuali». Fatto che, leggiamo ancora, sarebbe «uno shock che metterebbe a tacere chi difende il ragazzo e lo descrive come una vittima».
Patrick Zaki
Di fatto Zaki ha racconto attorno a sé e al suo caso la solidarietà di moltissime persone, sia in Italia, sia in Egitto e in altri paesi. Di recente, il Consiglio comunale di Bologna ha approvato all’unanimità il conferimento della cittadinanza onoraria per il giovane studente egiziano. La famiglia ha chiesto che gli venga conferita la cittadinanza onoraria, cosa che potrebbe permettere di fare maggiore pressione sul governo egiziano. E una petizione è partita online proprio a questo scopo. Un progetto sostenuto dai big della politica, come Laura Boldrini e lo stesso sindaco di Bologna, Virginio Merola: «Qualsiasi iniziativa che possa essere utile per la liberazione di Patrick Zaki va sostenuta», ha dichiarato il primo cittadino.
In prigione, Patrick Zaki non solo è stato trattenuto senza prove – le pubblicazioni su Facebook in cui parlerebbe male dell’Egitto sono, per i suoi legali, dei falsi – ma ha subito più volte torture con le scosse elettriche. Lo studente ha anche dichiarato, nei rari incontri con la famiglia, di sentirsi molto provato dal carcere. Amnesty International ricorda il pericolo che corre il ragazzo: venticinque anni di galera. Solo perché Al Sisi lo considera un pericolo per la tenuta del suo regime, violento e repressivo.
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