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Regaliamo un po’ d’amore questo Natale, innanzitutto a noi stessi

Quest’anno dopo tanti anni passo le vacanze di Natale a Caltanissetta, ed è il momento migliore per rincontrare i tanti e le tante dispersi in giro per l’Italia, come me. Ieri pomeriggio ad esempio prendevo il caffè con un amico: lui è di un paio di anni più giovane di me ma frequentavamo lo stesso liceo e gli stessi ambienti… eppure siamo diventati amici solo di recente, tramite amici e interessi comuni, lontano dalla terra natia. Gli ho detto: «Che peccato non averti frequentato in quegli anni, non averti parlato, conosciuto… sarebbe stato bello essere tuo amico ai tempi del liceo». E lui mi ha risposto: «Io mi ricordo benissimo di te, a differenza tua che non sapevi della mia esistenza… eri abbastanza popolare ma eri inavvicinabile, te la tiravi tantissimo».

Portarsi addosso una corazza

Non è il primo a dirmelo, e temo non sarà nemmeno l’ultimo: negli anni gli amici (o meglio i conoscenti) del liceo mi hanno restituito sempre questa immagine di me adolescente. Un tipo interessante ma inavvicinabile, che se la tirava tantissimo, che guardava tutti dall’alto verso il basso, uno che non si lasciava intimorire da nessuno, né professori né compagni, uno che aveva sempre la risposta (tagliente) pronta. È davvero buffo che di me rimanga questo. Perché io in realtà ero tutto l’opposto, mi sentivo così fragile e vulnerabile, così maledettamente insicuro.

Una continua competizione

Insicuro per il paragone costante, a scuola e a casa, con una sorella maggiore da 10 e lode, nello studio e nello sport, e in qualunque altra cosa facesse. Con gli anni ho imparato quanto faticoso fosse anche per lei, ma allora era difficile anche solo provare a tenere il passo, tanto che presto ci rinunciai, vivendo meglio… accontentandomi di essere uno dei più bravi della classe, ma senza l’ansia di essere uno dei più bravi della scuola, o della città se non anche oltre.

La paura che qualcuno leggesse dentro

E poi ogni giorno dovevo nascondere il segreto che mi portavo dentro l’anima, nel profondo delle viscere: quel segreto che non potevo raccontare a nessuno, nemmeno al mio migliore amico di cui peraltro ero irrimediabilmente innamorato. Ogni giorno mi alzavo e indossavo una maschera e una corazza. La maschera era quella del ragazzo perfettamente integrato nel gruppo, spesso anche leader, che nascondeva di amare quelli del suo stesso sesso, che reprimeva i sentimenti e le pulsioni sessuali,  che viveva una vita che non era la sua, privato ogni giorno della possibilità di essere se stesso. La corazza era quella che vedevano gli altri: ero inarrivabile e sfuggente, per paura che qualcuno mi leggesse dentro.

Il prezzo da pagare per essere forti

Ero forte, deciso, determinato e con la battuta arguta sempre pronta sulla lingua, a costo di sembrare uno che se la tirava, perché mostrandomi forte potevo evitare di prestare il fianco delle mie debolezze. Non ho mai subito episodi di bullismo al liceo e, tutto sommato, posso dire che sono stati anni piacevoli, pieni di soddisfazioni ed esperienze belle. Ma a che prezzo? Ho dovuto barattare me stesso per paura delle conseguenze. Tornassi indietro cambierei tutto, costi quel che costi. Perché negli anni ho visto la forza che avevo dentro che a 16 o 17 anni non sapevo di avere. Ma le vite non si costruiscono con i se, e non potrei sapere come sarebbe andata a finire se le mie scelte fossero state altre.

Regalarsi la possibilità di amarsi di più

Di certo so che non posso accettare che ci siano altri ragazzini e ragazzine che si trovino nella mia stessa situazione: costretti a indossare maschera e corazza per affrontare la quotidianità, oppure viceversa essere se stessi e magari venire derisi se non anche peggio. Eppure se potessi tornare indietro e scegliere oggi, ad occhi chiusi comunque sceglierei la seconda strada. Fosse anche più difficile, più dolorosa. Mi regalerei la possibilità di amarmi di più, di volermi bene per quello che sono, per quello che amo, per quello in cui credo. Come ho imparato a fare subito dopo, negli anni dell’università.

Il regalo più grande

Se oggi fosse il Natale del 1998, e io avessi di nuovo 16 anni, mi regalerei un po’ di quell’amore che per anni mi sono negato, mi direi di stringere i denti, e di crederci davvero che la felicità che ci meritiamo un giorno arriva. Vent’anni dopo, comunque, il mio regalo più grande rimane quello: tutto l’amore negato al mio io adolescente, e la felicità delle piccole cose, la gioia costante che mi dà la mia famiglia, la speranza che Luca e Alice sappiano amarsi di più, meglio, e che vivano in un mondo migliore. Buon natale a tutte/i noi, regaliamo un po’ d’amore quest’anno, che in questo momento davvero ce n’è un gran bisogno. E in primis regaliamolo innanzitutto a noi stessi!

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