No alle mascherine rosa? Ma se è un colore per maschi!

La recente polemica sulle mascherine rosa, che sarebbero “indecorose” per la polizia, ha suscitato non poche perplessità nell’opinione pubblica. Sia perché in un momento del genere, con il fiato sul collo della variante omicron e la quarta ondata galoppante, gli sforzi dovrebbero essere protesi al contenimento della pandemia e non a polemiche da prima media. Sia perché ritorna l’annosa querelle della divisione dei generi per colori. Divisione assurda, per quello che mi riguarda, visto che i colori non dovrebbero avere genere.

I sospetti di sessismo sul no alle mascherine rosa

mascherina rosa
La mascherina della discordia

Molte persone, infatti, hanno letto nella protesta ufficiale del sindacato della polizia una posizione sessista. L’accostamento con il femminile, infatti, toglierebbe autorevolezza alla divisa. E sui social si possono leggere numerose critiche a questa impostazione. Definita, appunto, come un’emanazione della mascolinità tossica da parte delle forze dell’ordine. E anche dentro la Polizia di Stato c’è chi allude al pregiudizio, legato a un colore visto come tradizionalmente femminile. Per Michele Tarlao, del sindacato di polizia Silp Cgil «la protesta contro il colore “è fortemente legata agli stereotipi, alle rappresentazioni culturali, alle abitudini e alle mentalità “chiuse e maschiliste che resistono forti anche nel nostro Paese”» come riporta Il Fatto Quotidiano.

Il rosa nei personaggi maschili nell’arte

Non voglio entrare nella polemica in sé, seppure confesso di nutrire le stesse perplessità di chi pensa che la contrarietà alle mascherine rosa abbia matrici sessiste. Al netto di questo, tuttavia, vorrei porre l’attenzione su un altro fatto: il rosa, per molto tempo, è stato un colore abitualmente indossato dai maschi. Lo possiamo riscontrare guardando diversi dipinti, per altro diversamente collocati nell’arco dei secoli. Nel Compianto sul Cristo morto di Giotto, ad esempio, uno degli apostoli dolenti ha la tunica rosa. L’opera è dei primissimi anni del ‘300. Nella Resurrezione (1450-63) di Piero della Francesca è Gesù Cristo ad essere avvolto da un panneggio rosa. Stessa scelta operata da Annibale Carracci, nel Cristo in gloria del 1598 (e qui i personaggi maschili in rosa sono molti).

Il rosa per gli uomini, in letteratura e nello sport

Il Cristo in gloria di Carracci

Esempi più recenti ci ricordano, ancora, quanto trovato scritto nel romanzo Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, pubblicato nel 1925. Il protagonista del libro, infatti, si presenta vestito con un sontuoso completo rosa (come potete vedere anche nell’immagine in evidenza a questo articolo, tratta dal film omonimo). Negli anni ’30, in Italia, Armando Cougnet introduce la maglia rosa per vestire il primo in classifica nel Giro d’Italia. La stessa Gazzetta dello sport – non di certo un giornale tradizionalmente classificabile come rotocalco femminile – è di colore rosa. La domanda che dobbiamo porci, dunque, è: cosa ha trasformato un colore che usavano anche gli uomini in un simbolo esclusivamente femminile?

Quando l’azzurro era un colore per bambine…

Riprendendo quanto scrive Fanpage, «come spiega la storica Jo B. Paoletti nel saggio Pink and Blue, il colore predominante nei vestiti per l’infanzia era il bianco perché facile da lavare e meno costoso delle stoffe tinte. Fino a prima della seconda guerra mondiale il rosa era associato ai maschi in quanto variante del rosso, il colore della forza e del sangue, quindi della violenza e della virilità. Il celeste, il colore da sempre associato alla Vergine Maria, era un colore considerato più femminile». A ben vedere, ci troviamo di fronte a un bel rovesciamento. Forse oggi, qualcuno, urlerebbe al “gender”.

È tutta colpa del marketing

Secondo Paoletti, la colpa è tutta del marketing. A partire dagli anni Ottanta si cominciarono a proporre «vestitini e giocattoli diversi per i due generi, differenziati già dalla culla. Il rosa, colore associato all’infanzia e alla dolcezza, rimase legato alla vita domestica e alle donne, mentre gli uomini vestivano colori più scuri da ufficio, come il nero e il blu». Secondo un’altra teoria, la datazione va collocata un trentennio prima: «Sembra che l’assegnazione alla quale siamo ormai abituati» leggiamo in un articolo di Repubblica «risalga agli anni cinquanta, quando, tra le altre cose, viene messo sul mercato il primo modello di Barbie» il cui colore è, appunto, il rosa.

Un’altra vittima eccellente: Santa Claus

Siamo alle solite, insomma. Fatti rintracciabili nel cambiamento culturale vengono spacciati per tradizioni immutabili, giustificate da processi di naturalizzazione. Consideriamo, cioè, naturale associare il rosa alle bambine e l’azzurro ai bambini, perché percepiamo tenue e delicato il rosa. Ma tale associazione non è naturale: nasce, invece, da un processo di stabilizzazione culturale che ha sovvertito una tradizione precedente. Non è un fenomeno nuovo: gli stessi colori di Babbo Natale (che prima era verde) nascono dal marketing. Quando una famosa bevanda dalla lattina bianca e rossa vestì con i suoi colori Santa Claus. Chissà, forse se il sindacato della polizia fosse stato avvertito del fatto che abitudini e tradizioni possono cambiare, non si sarebbe sollevato questo polverone sulle mascherine rosa. Polemica di cui, si converrà, non si sentiva il bisogno.

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