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Di Ásotthalom e del suo sindaco di estrema destra avevamo già parlato a novembre, quando l’introduzione di un’ordinanza a dir poco razzista minava non solo la libertà religiosa, ma anche quella di espressione nei confronti delle persone omosessuali. Il famigerato piano d’azione di László Toroczkai proibiva: 1) la costruzione di qualsiasi edificio che potesse espletare una qualsiasi funzione religiosa al di fuori di quella cristiana cattolica; 2) l’adhan (il richiamo alla preghiera); 3) coprirsi totalmente il corpo o anche solo coprirsi il capo in pubblico, nonché, ovviamente, il burkini.

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Il sindaco di Ásotthalom, László Toroczkai

Per non farsi mancare nulla, il sindaco decise di adottare anche la legge anti-propaganda LGBTI vigente in Russia, di fatto mettendo in seria difficoltà la già invisibile comunità arcobaleno della cittadina al confine con la Serbia.

La Corte Costituzionale boccia il sindaco

Nella giornata di ieri la corte costituzionale ungherese ha deliberato retroattivamente l’invalidità dell’ordinanza, dichiarando che le autorità locali non avevano il diritto di adottare alcun decreto volto a limitare “diversi diritti basilari tra cui la libertà religiosa e la libertà di espressione”, come riporta il quotidiano Index. Una sconfitta per il sindaco del partito neonazista Jobbik, che l’anno scorso aveva invitato altre giunte comunali ad adottare il suo ”piano d’azione” per proteggere la Patria dalle minacce esterne. “In questo paese ci troviamo circondati da pagani: siamo minacciati dai migranti che vengono dal Sud, mentre la nostra società è presa di mira dagli estremisti liberali dell’Ovest”, aveva dichiarato Toroczkai l’anno scorso.

È davvero una vittoria?

Ma questa vittoria giudiziaria vale davvero qualcosa? Il fatto che nessuna giunta comunale magiara possa adottare tali ordinanze gioca a sfavore delle forze politiche xenofobe e conservatrici.

Il premier ungherese, Viktor Orban

Questo elemento isolato però non può contare molto in un paese in cui sono stati costruiti muri alle frontiere per bloccare i flussi migratori, un paese in cui esiste una legge antidiscriminazione volta anche alla protezione delle persone LGBTI, ma che non viene applicata.

“Il fatto che questa ordinanza sia stata respinta è una buona notizia – dice Daniel Holländer, membro dell’organizzazione del Budapest Pride-. Quello che non mi convince è che la corte costituzionale si è espressa in modo molto ambiguo. Nonostante venga condannata la repressione della libertà religiosa e della libertà di espressione, ben 3 dei 5 giudici che hanno respinto l’ordinanza sostengono che la cosiddetta ‘islamizzazione’ dell’Europa possa rappresentare un problema, mentre invece non si parla di questioni legate all’orientamento sessuale o all’identità di genere”. “In Ungheria si trovano spesso modi ‘alternativi’ di applicazione della legge”, conclude ironicamente.

“Gay, non provocate”

Per dare un quadro più completo della situazione, l’Ungheria ha recentemente modificato la propria Costituzione limitando il matrimonio esclusivamente ad un’unione tra uomo e donna, mentre il primo ministro Orbán ha più volte invitato la comunità LGBTI ungherese a non provocare rivendicando più diritti, pena “la cessazione di una buona convivenza”. Anche la libertà di stampa è stata più volte minacciata, basti pensare all’improvvisa chiusura di diverse testate giornalistiche di opposizione (il caso più eclatante è forse quello di Népszabadság).

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Il campo di detenzione per profughi

Parlando invece della questione migranti, ad appena 15 km da Ásotthalom a fine marzo 2017 è stato costruito un campo di detenzione per richiedenti asilo. Si tratta di un complesso formato da diversi container circondati da filo spinato, osservati da telecamere e sorvegliati dalle forze dell’ordine, con accesso limitato per organizzazioni umanitarie. A fronte dei diversi casi di abuso e violenza denunciati nei confronti delle autorità ungheresi a partire dal 2015 (emblematici i casi di Petra László ‘la sgambetta-migranti’ e di Ahmed), molte organizzazioni, tra cui Amnesty International e l’Helsinki Committee hanno ufficialmente contattato l’ombudsman per richiedere controlli nella speranza di porre fine al trattamento disumano di chi scappa da guerra e povertà.

L’Università che rischia la chiusura

Nel frattempo il governo conservatore, antimigranti e ultracattolico del Fidesz sta cercando di sedare una lunghissima serie di proteste collegate alla possibile chiusura della Central European University (CEU), famosa università privata che offre percorsi di studio post-lauream, conferendo titoli accademici riconosciuti sia dall’EU che dagli USA. Il funzionamento indipendente della CEU è stato più volte minacciato dal governo Orbán, che accusa il suo fondatore György Soros di promuovere attività liberali che minano l’autorità dello Stato. Decine di migliaia di persone stanno affollando le strade della capitale per proteggere il diritto all’istruzione indipendente, mentre da Szeged (provincia vicina al confine serbo a cui fa capo anche il comune di Ásotthalom) diverse organizzazioni a difesa dei diritti dei migranti e delle persone LGBTI stanno organizzando proteste.

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