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Femminicidio? Fermiamoci un momento a riflettere. Solo un momento. Il caso Varani, ricordate? “Omicidio in ambiente gay” dissero. Solo perché uno dei tre era (ed è) dichiaratamente omosessuale. La parte per il tutto. Triste sineddoche di una semplificazione idiota e criminale, perché accusa tutta una categoria sociale, proiettando su di essa l’onta della mostruosità, del crimine, dell’essere al di fuori dell’umano. E grazie mille ai media istituzionali, ai talk show tipo Vespa, a certi siti web, a quelli del Family day, a qualche politico idiota e ad ogni emanazione della stupidità umana che si riempie la bocca di certi argomenti senza nemmeno capire di cosa sta parlando. Ed è una.

FEMMINICIDIOLa seconda, quindi: l’omicidio di Sara Di Pietrantonio. Ventidue anni. Ventidue. Ammazzata con l’alcol e un accendino. Trovata semicarbonizzata. L’ex fidanzato, che ha confessato l’omicidio, dichiara: «Non sopportavo fosse finita». Perché è così che funziona. La donna è mia e la gestisco io. E se mi lascia, poiché è mia appunto, l’ammazzo. Ovvio, no? In questo caso vedremo quanti, sui mezzi di informazione, parleranno oltre che di femminicidio, delle matrici culturali che stanno alla base di questo tipo di violenze e di tragedie.

Perché no, signori miei, la questione non è quella di restituire il favore parlando di “omicidio in ambiente etero”. E a questo punto, permettete una provocazione: se vale per l’ambiente gay, vale anche per quello eterosessuale. Se l’orientamento sessuale è qualificante dell’ambiente in cui si consuma un delitto, non avrebbe senso nemmeno ricordarlo sia perché sarebbe un’evidenza, sia perché sarebbe un’attribuzione idiota, come ogni evidenza che non ha bisogno di commenti per descrivere se stessa senza cadere nella sterile tautologia. Ma stiamo parlando di depravazioni del pensiero, appunto. In un senso e nell’altro. E qui si chiude la provocazione.

scarpe-rosse-femminicidioArchiviato, perciò, questo tipo di semplificazione la questione è quella di affermare, una volta per tutte, che alla base dell’uccisione della donna da parte di un uomo che si sente tradito per l”autodeterminazione di lei, c’è anche l’eterosessismo – da non confondere con l’identità sessuale stricto sensu – quella costruzione ideologica che fa di un orientamento sessuale, l’unico possibile. E che costruisce la narrazione di se stesso sulla dinamica di un potere maschile che è tale se domina la sua controparte. E che fa fuori ciò che non si riconosce in tale processo di gestione del potere di genere: ovvero il maschio che domina la femmina e che guarda male tutto ciò che non è veramente maschio, secondo canoni logori e ritriti, ma che stanno alla base di una visione ancora drammaticamente attuale del presente.

E anche per tutto questo, grazie mille ai media istituzionali, ai talk show tipo Vespa, a certi siti web, a quelli del Family day, a qualche politico idiota e ad ogni emanazione della stupidità umana che fa spallucce quando ci sarebbe da gridare, da dire basta e da avere vergogna di se stessi. Cercando magari di capire di cosa si sta parlando.

In questa storia, invece, l’unica categoria della società da accusare è l’umanità (o meglio, la seconda dopo certi uomini). Quella che non si è fermata, davanti ad una ragazza in balìa della furia omicida di un maschio che la credeva “cosa sua”, della vittima di una violenza che non può avere ragioni. L’appello della giudice, «almeno avvertire le forze dell’ordine non costa nulla e non mette a repentaglio nessuno», mette i brividi. sara_auto_bruciata«Se qualcuno si fosse fermato, Sara sarebbe ancora viva», ha detto la sostituta procuratrice. I brividi. E, no, non è un fatto legato a Roma o ai romani. Troppe volte abbiamo sentito di testimoni di aggressioni e violenze che non sono intervenuti, lasciando a quella violenza lo spazio e il tempo per compiersi. La fine di Sara ci riguarda tutti.

Quante donne e quanti uomini, quella sera, avrebbero potuto prendere lo smartphone e chiamare aiuto? Invece nessuno l’ha fatto, presi come siamo dalle nostre esistenze, singole e individuali, nei casi migliori, domestiche.  Questa storia ci parla di noi, dell’indifferenza, del “non t’impicciare”, dell’assenza totale di empatia, del lasciare fuori dalla porta del nostro egotismo l’umanità che ci circonda. Ci racconta quello che siamo diventati nel momento in cui abbiamo permesso alle nostre paure più primitive e viscerali di avere la meglio, adeguatamente alimentate di chi ne ha fatto bandiera politica, lasciando che ognuno pensi per sé. È la storia della paura che ci fa voltare dall’altra parte, una sera di primavera in una stradina della periferia, ma che ci fa puntare il dito contro qualche centimetro di pelle nuda in un corteo di rivendicazione e orgoglio. Peché quello, sì, è osceno e ci disturba come la morte non sa più fare. Sara è morta due volte, quella sera. Ed è morta un pezzo di umanità.

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