Daniela Tomasino potrebbe essere la prima donna alla presidenza di Arcigay

E’ iscritta ad Arcigay dal 2004, è stata presidente del comitato di Palermo, ha fatto parte della segreteria nazionale quando il presidente era Paolo Patanè, ha contribuito a fondare ArciLesbica a Palermo ed è stata insignita del premio “Human Rights Defender” da Amnesty International insieme a Porpora Marcasciano.

Daniela Tomasino ora è la prima donna candidata alla presidenza di Arcigay Nazionale, in ticket con Alberto Nicolini, attualmente presidente del comitato di Reggio Emilia.
Il congresso è previsto a Novembre prossimo e a contendersi la guida della più grande associazione lgbt+ d’Italia saranno la coppia formata da Tomasino e Nicolini e quella formata dal segretario uscente, Gabriele Piazzoni e Luciano Lopopolo.

La vostra mozione si chiama “Il nostro orgoglio, a voce alta”. Perché hai deciso di candidarti?
Abbiamo bisogno di introdurre temi nuovi e approcci nuovi. Non che il lavoro fatto finora non vada bene, ma ci sono istanze e cambiamenti che non hanno avuto il giusto spazio dentro Arcigay. Penso alle persone non binarie e gender fluid, ad esempio. Ci sono molti giovani che si definiscono così e che ci considerano una “istituzione” che non capisce le loro identità.
E poi c’è il tema, enorme in questo momento, del razzismo e della xenofobia che non possiamo permetterci di ignorare. Molti comitati locali lo fanno già, con il sostegno alle persone lgbt+ migranti e profughe. Ma sono argomenti che devono diventare centrali nella nostra elaborazione e richiedono una linea comune.

Sei la prima donna candidata alla presidenza di Arcigay: questo ha anche un valore politico?
Certo, per diversi motivi. Il mio è anche un modo per dire che la componente lesbica, dentro l’associazione, c’è, è forte ed è il momento che conti di più. La mia associazione ha spesso dato l’impressione di essere una realtà prevalentemente maschile e cisgender. E’ ora di cambiare paradigma. E non basta mettere in segreteria una lesbica che si occupi di donne o una persona trans per la questione T. L’approccio deve essere trasversale e intersezionale.

Però ci sono, fuori da Arcigay, delle associazioni di lesbiche e/o di persone trans.
Sì, ovvio. E bisogna avere rispetto dei loro ambiti di competenza. Ma non possiamo non parlare alle lesbiche, alle bisessuali, alle persone trans che ci sono dentro l’associazione o che guardano a noi pur non facendone parte. Non significa contrapporsi alle altre realtà. Anzi. Per noi il movimento lgbt+ ha bisogno di serrare le file con una piattaforma comune, di essere unito, organizzarsi per affrontare questo periodo e lavorare insieme per li obiettivi comuni, pur mantenendo ognuno la sua specificità.

Ci sono temi che hanno infuocato il dibattito su cui Arcigay non ha preso posizione. Penso, ad esempio, alla gestazione per altri. Intendete affrontarlo?
E’ un dibattito che va aperto dentro l’associazione per arrivare ad una posizione comune. O anche per prendere nota che ci sono posizioni diverse, ma va affrontato tenendo presente che il principio cardine che deve guidare la discussione è l’autodeterminazione dei corpi. Posizioni parafasciste ed estremiste come quella che vorrebbe istituire il cosiddetto “reato universale” sono quanto di più distante dalla natura di Arcigay. Non è il tema centrale del movimento, per me, ma è un argomento che non possiamo ignorare.

Qual è il punto da cui intendete partire?
La formazione, senza dubbio. Purtroppo ci sono persone che non sanno neanche cosa voglia dire gender fluid o queer o non binario. La conoscenza è sempre la base della consapevolezza di ciò che esiste intorno a noi e non possiamo ignorare. Quella che abbiamo in mente è un’associazione in cui le persone gender fluid, ma anche gli asessuali, gli intersex e tutte le altre identità trovino lo spazio che spetta loro. Ci sono già, ma è una ricchezza che va rispettata e valorizzata.

Quindi il primo obiettivo è interno.
Sì, dobbiamo partire da noi e da una partecipazione più ampia. Abbiamo provato già a farlo con la mozione. Scritta la prima bozza, già in modo molto partecipato, l’abbiamo resa pubblica chiedendo a chiunque avesse voluto farlo di dare il proprio contributo. E abbiamo avuto un bellissimo feedback: moltissimi stimoli, proposte e idee. E’ un approccio che vogliamo continuare ad avere anche dopo il congresso. Sono mancati spazi permanenti di confronto ed elaborazione politica, a livello nazionale. Ci sono comitati virtuosi che lo fanno anche a livelli molto alti, ma c’è bisogno che queste pratiche vengano estese. Questo ci serve non solo per crescere noi stessi, come associazione, ma anche per essere più presenti ed efficaci all’esterno.

In che senso?
Abbiamo una responsabilità grossa che è quella di essere l’associazione lgbt+ più grande in Italia. Dobbiamo farci carico di questo. Non significa egemonizzare il movimento, sia chiaro. Ma significa essere di sostegno anche alle cause che possono apparire minoritarie e lavorare insieme alle altre associazioni. Se non c’è elaborazione interna sui temi, questo non può accadere. Come non si può potenziare l’aspetto dei rapporti internazionali, specialmente in ambito europeo, sempre più imprescindibile.

Hai parlato di intersezionalità. Ti riferisci anche a temi e battaglie non prevalentemente lgbt+?
Certo. L’Arcigay che immaginiamo deve essere più presente nelle lotte contro il razzismo, nei dibattiti sulla salute, nelle battaglie femministe e contro il precariato e la distruzione del welfare. Sono tutti ambiti che ci interessano come persone e come attivisti lgbt+. Temi su cui bisogna intessere rapporti molto stretti con le associazioni che se ne occupano in via principale.

Non abbiamo ancora parlato di questo governo che, finora, non si è certo distinto per l’apertura nei confronti della comunità lgbt+.
Sono una cittadina italiana e come tale mi aspetto che il mio governo, qualunque sia, mi tuteli: è loro dovere farlo. Ma siamo perfettamente consapevoli che dovremo essere attivi, proattivi e critici nei confronti dell’attuale compagine governativa. Se provano a intaccare i nostri diritti non solo dobbiamo dirglielo, ma dobbiamo scendere il piazza. Ma in generale, dobbiamo ritornare ad essere più incisivi, a dettare l’agenda, non a subirla. Insomma, oltre a commentare le notizie, dobbiamo diventare noi la notizia. Per questo serve anche ripensare la comunicazione.

Torniamo all’interno di Arcigay. L’altra mozione rende già noti i nomi dei componenti della segreteria. Perché voi non lo avete fatto?
Perché anche questo, come le proposte di modifica allo statuto, vorremmo che fossero percorsi partecipati e basati sulle competenze reali delle persone che vorranno essere coinvolte in questo processo.
La strada è in salita, lo sappiamo, ma ce la giocheremo fino in fondo perché pensiamo che Arcigay abbia bisogno di cambiare e di cambiare profondamente, nei prossimi anni.

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