battaglia8“Ho tanti amici gay, ma…”, chiunque si sia sentito rivolgere almeno una volta questa frase sa che alla congiunzione avversativa di solito seguono alcune delle affermazioni più violente e omofobe che può accadere di sentire. È un evento che si verifica in ogni contesto, dal bar con gli amici alle cene coi parenti. Nell’ultimo anno, complice l’accesa discussione a proposito del ddl Cirinnà, la si è sentita spesso anche fra gli scranni dei palazzi di potere. Filippo Maria Battaglia, giornalista di Sky TG24 e scrittore, si è ricordato, però, che non si tratta di una novità. Così si è cimentato in una accurata ricerca storiografica a sostegno della memoria collettiva. Ne è scaturito un compendio dell’omofobia nella politica italiana, che a tratti sconcerta e a tratti disgusta, dall’evocativo titolo: Ho molti amici gay, appunto.

Omofobia politica, un ricorso storico

Alla ricerca forse di una forma di compensazione, per presentarlo, alla Feltrinelli di Milano, si è fatto sostenere da due esperti di ironia, quella da intendersi, con Romain Gary, come «una dichiarazione di dignità. L’affermazione della superiorità dell’essere umano su quello che gli capita»: Carlo Gabardini e Lella Costa. Due artisti abituati a non farsi mai da parte, quando si parla di comunità LGBT, ben consapevoli dell’importanza di un testo rigoroso sul piano documentale come quello di Battaglia, “etico e necessario”. In primo luogo perché dimostra come la violenza verbale diventata comune con gli avvenimenti dell’ultimo anno, non è altro che «una punteggiatura ciclica della storia». Se infatti politici come Rocco Buttiglione hanno potuto di recente accostare l’omosessualità all’evasione fiscale, ponendo sullo stesso piano un reato e una condizione esistenziale, mentre colleghi di entrambi gli schieramenti accostavano alla parola gay termini come “campi di concentramento”, “foibe”, “garrote”, è anche perché simili atteggiamenti si radicano lungo la storia italiana.

Il silenzio sugli omosessuali in Italia

battaglia4Gli storici del movimento hanno spesso ricordato come in Italia, a differenza di molti altri Paesi europei, sia mancata lungo la storia moderna una criminalizzazione dell’omosessualità (in Inghilterra abrogata soltanto nel 1996). Come questo dato sia meno positivo di quanto si sia portati a pensare, lo spiega una frase attribuita al ministro Zanardelli, a inizio Novecento: nei riguardi dell’omosessualità «risulta più utile l’ignoranza che il vizio». Il silenzio è la forma più forte di contrasto. «Legiferare significherebbe dare una cittadinanza», spiega il giornalista, dopo cui sarebbe impossibile tornare indietro. Stupisce inoltre che, nota Lella Costa, chi predica la bontà è convinto che l’uomo sia «una sentina di vizi incontenibile» se non dalla forza della legge. Una posizione di “una crudeltà offensiva”. Non bisogna quindi stupirsi, chiarisce Battaglia, se laddove l’omosessualità era reato oggi l’omofobia è meno violenta, quando non inesistente: paesi autenticamente laici, hanno assunto come dato di fatto che oggi è l’odio ad essere reato.

Quando è lo Stato ad essere omofobo

Dove, come in Italia, si è preferito tacere, non può stupire che, anche quando si sono approvate le unioni civili, giace come lettera morta in Parlamento una legge che prevede l’aggravante per le aggressioni omofobiche, ma con un emendamento, a nome Gitti, che norma l’impossibilità di applicarla rispetto al discorso politico. Quello stesso discorso politico, annota Gabardini, che diventa legittimante per la discussione quotidiana e per l’agire dei cittadini che, se additano come diverso un omosessuale, sono sostenuti da leggi che certificano una separazione. «Lo Stato non potrebbe perseguire gli omofobi, è il primo», sintetizza l’attore. Una omofobia da cui nessuna parte politica è immune, anche sul piano storico. Se a destra si sprecano gli esempi, a sinistra non si distinguono solo i teodem. Anche il PCI, quando non allontanava i propri militanti per indegnità morale (come accaduto a Pasolini) predicava il silenzio sulla propria condotta privata anche nel Sessantotto e negli anni del preteso cambiamento.

Le responsabilità della politica

ho-tanti-amici-gayLa violenza e l’omofobia sono però, notano i tre relatori, strettamente connessi a un altro fenomeno: la misoginia e il maschilismo, di cui l’omofobia è “una declinazione”. Che moltiplica la sua virulenza quando si associa alle lesbiche. L’omofobia nei loro confronti – nota Lella Costa – è «ancora più violenta, perché l’omosessualità femminile è rimossa e asservita alla libido maschile». L’uso delle parole, sottolinea, è denotativo. È significativo che gli insulti contro le lesbiche siano meno numerosi, così come lo è che si parli di “misoginia”, cioè di odio, e di “omofobia”, cioè paura. La paura di una forma di contagio. Un contagio che si è già verificato invece per ciò che riguarda le parole di odio, scaturite dalla «abdicazione alle proprie enormi responsabilità di chi ha un ruolo di mediatore sociale», secondo Battaglia.

Il cambiamento dal basso

Lella Costa conclude amara “Si è lasciato che la politica non fosse guida, e gridasse parole che hanno fatto morti». Ma, chiarisce Battaglia, occorre guardare al futuro. Dare alla politica l’intera responsabilità rischia di trasformarsi «in un alibi». Ma il fatto che si siano verificati casi come quello per cui l’articolo di Repubblica – che accostava il termine “flop” alle persone, valutando i diritti in termini di quantità – ha causato uno sdegno pressoché unanime: il cambiamento può partire dal basso.