A settembre l’udienza e tre giorni fa la sentenza. Finalmente Alessia sarà donna anche sui documenti, senza essere costretta a ricorrere all’intervento chirurgico per la riassegnazione di genere. A stabilirlo è stato il Tribunale di Bari che ha riconosciuto ad Alessia il diritto ad avere documenti che rispecchino la sua identità di genere, che decida di operarsi o no. “Non è stato un percordo facile – ci racconta Alessia, raggiunta al telefono -. alessia_trans_sentenza3Vivo da trans da 15 anni e tre anni fa mi sono rivolta al reparto di psichiatria del Policlinico di Bari per avere assistenza. Ma il percorso era troppo lungo e ho deciso di fare tutto da sola“. Da sola e senza un lavoro stabile “perché a noi nessuno ci dà lavoro”. “Sono laureata in scienze sociali e sono un’assitente sociale – continua la donna -, ma ogni volta che ho mandato il curriculum col nome maschile (quello riconosciuto dalla legge fino a qualche giorno fa, ndr) e poi mi sono presentata con il mio aspetto da donna, mi mandavano via. Ho anche provato a mandare il curriculum con il nome femminile. Poi però, appena vedevano il documento la risposta era sempre la stessa: ‘le faremo sapere’. E poi sparivano”.

Fa la barista stagionale e si arrangia come può, Alessia, perché le terapie a cui una persona trans deve sottoporsi sono costose e non sempre si può contare sull’aiuto di altri. “Ho buoni rapporti con la mia famiglia, mi hanno accettata – ci spiega -, ma l’accoglienza è un’altra cosa. Per noi trans, poi, è difficile anche avere un rapporto sentimentale stabile. Ci avvicinano, sì, ma solo di nascosto. È raro trovare qualcuno disposto a vivere un rapporto alla luce del sole”.

Con l’assistenza dell’avvocato Flavio Boccasini, però, ora Alessia ce l’ha fatta. La legge attualmente in vigore prevede che per ottenere il cambio anagrafico le persone trans debbano prima sottoporsi all’intervento per la alessia_trans_sentenza2riassegnazione del sesso. Un’operazione invasiva, di fatto una sterilizzazione forzata che non tutte vogliono fare. Ma sempre più tribunali riconoscono che quell’intervento non è necessario per accertare che l’identità di quella persona sia effettivamente quella percepita e che, quindi, si può procedere al cambio anagrafico del nome. Il lungo percorso fatto, le relazioni degli spicologi, gli interventi per cambiare i tratti genetici secondati sono sufficienti. Un passaggio determinante per potere aspirare ad una vita serena.

“Ogni volta che sono stata ricoverata in ospedale – ricorda Alessia – mi hanno messa nei reparti maschili, perché così c’era scritto sulla mia carta d’identità. Le volte che sono riuscita ad ottenere il reparto femminile, sono stata in stanze singole. Questa è discriminazione, ogni “no” è una tegola che ti cade in testa“.
Lo scorso anno una storica sentenza della Corte di Cassazione aveva stabilito che la sterilizzazione forzata non è obbligatoria per ottenere la rettifica degli atti anagrafici e, quindi, del nome sui documenti. Da allora è certamente più facile per i tribunali emettere sentenze in questo senso, sebbene molti si erano già pronunciati in questa direzione anche prima.

“Posso già avere la tessera sanitaria col mio nome nuovo – continua Alessia – e presto avrò anche la carta d’identità. Poi ricomincerò a mandare curricula in giro e a cercare un lavoro stabile, magari quello per cui ho studiato”. E non si ferma qui. “Ho chiesto al mio avvocato di ricorrere anche al Tribunale Ecclesiastico per fare cambiare il nome sul certificato di battesimo – ci spiega -. Non penso che sarà una cosa facile, parliamo comunque della Chiesa. Ma in questo modo non ci sarebbe più alcuna traccia del mio vecchio nome. E sarebbe davvero perfetto“.