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Quella di oggi è una storia come tante ne abbiamo già raccontato. Protagonista è una famiglia arcobaleno composta da due mamme (una italo-venezuelana e una venezuelana) e i loro gemelli che hanno dovuto fare i conti con l’assenza di una legge italiana che li riconosca.

Due Stati, due identità

La coppia vive in Spagna dove sono nati i due gemelli, nel 2016. Dopo il parto, le due mamme si sono premurate di chiedere la trascrizione dell’atto di nascita dei piccoli al comune dell’Abruzzo di cui è originaria una delle due. Ricordiamo che in Spagna non esiste lo ius soli, quindi non basta nascere lì per essere cittadini spagnoli. Per il paese della sangria e della paella, i due piccoli sono cittadini italiani perché una delle loro mamme è italiana. Ma allo stesso modo non la pensava il comune abruzzese che ha rifiutato di trascrivere l’atto di nascita. Il motivo è sempre lo stesso: un certificato di nascita in cui si riportano due mamme sarebbe “contrario all’ordine pubblico”.

L’intervento dell’avvocato

La coppia si è allora rivolta all’avvocato Schuster per avere assistenza. L’intervento del legale ha fatto sì che l’amministrazione comunale trascrivesse il certificato dei piccoli. Ma parzialmente, ovvero con una sola mamma (quella che li ha partoriti) e un solo cognome invece che quelli di entrambe le madri come riportano nell’atto originario.

Il ricorso in tribunale

A quel punto la coppia decide di ricorrere in tribunale, come tante altre prima di adesso. E il tribunale ha dato ragione alle due donne: il comune dovrà trascrivere l’atto di nascita dei loro figli esattamente com’è arrivato dalla Spagna e cioè con due mamme e due cognomi. Una procedura rapida, raccontano dallo studio Schuster, che non ha richiesto pareri del Ministero né udienze. Quasi una cosa scontata, tranne che per il comune.

“Incredibile che ancora i comuni si rifiutino”

Per l’avvocato Schuster “è incredibile che dopo due decisioni della Cassazione in casi analoghi e una giurisprudenza di merito del tutto compatta si debba ancora oggi assistere a Comuni che si rifiutano di riconoscere queste famiglie: questa è pura e semplice discriminazione istituzionale”. “Inizialmente i giudici scrivevano decine di pagine per motivare – continua l’avvocato -, oramai il consenso fra gli interpreti del diritto è talmente consolidato che le decisioni di risolvono condivisibilmente in poche righe”. Ammesso che non intervenga il Ministero com’è accaduto, solo qualche giorno fa, in Lombardia.

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