In Politica&diritti

Tra pochi giorni voteremo per il referendum sul taglio dei seggi parlamentari, fortemente voluto dal M5S e avallato da tutte le maggiori forze politiche in campo. Un taglio che, più dei nostri e delle nostre rappresentanti, è de facto della nostra democrazia. Premetto che non sono ideologicamente contrario alle riforme e alla riduzione in sé e per sé. Credo tuttavia che questa pagina politica della nostra storia repubblicana – tra le più buie degli ultimi vent’anni – non sia segnata da una reale voglia di cambiamento, ma dalla vendetta verso la classe politica. Vendetta che però si riversa sul quadro istituzionale. Ciò, a mio avviso, può essere pericoloso per l’assetto democratico del Paese. E, di conseguenza, per i diritti delle minoranze.

Un referendum basato sulla diffidenza

Non si costruisce il cambiamento sul sentimento della vendetta. È vero che la nostra classe politica, tra corruzione e cattiva gestione della cosa pubblica, ha molto da farsi perdonare. Tuttavia, non è tagliando i seggi parlamentari che si migliora il quadro politico. Se in un ospedale o in una scuola – per fare un esempio – non funzionano i macchinari, se l’amministrazione non è in grado di risolvere i problemi, se il personale fa male il suo lavoro, non è diminuendo il numero di chi vi lavora che migliori i servizi. Questo referendum manda a dire alla società civile – ridotta al rango di popolo – che bisogna diffidare delle istituzioni e quindi intervenire su esse attraverso tagli. Non interviene però sulla qualità della classe politica. E le conseguenze rischiano di essere devastanti.

Se vince il sì, più casta e meno società civile

Il Senato della Repubblica

Se al referendum passerà il sì – come pronosticato dai maggiori sondaggi – la Camera dei Deputati avrà 400 parlamentari, mentre il Senato ne avrà 200. Quasi un terzo della rappresentanza nazionale verrà cancellato. I leader dei partiti politici si troveranno a scegliere candidati e candidate mandando avanti proprio coloro che garantiranno maggiori pacchetti di voti. Ovvero, proprio quei parlamentari – di solito maschi – di lunghissimo corso. La casta, in due parole. Personaggi in primo piano nella lotta dei diritti e nell’impegno sociale, ma di fatto sconosciuti alle grande platee elettorali, avrebbero scarsissime possibilità di arrivare alle urne. Politici più navigati – quelli di sempre, per capirci – avrebbero maggiore opportunità invece di finire in lista. Il rinnovamento della classe politica, insomma, rischia di essere ritardato e anche pesantemente.

Un referendum che porterà meno donne in parlamento

In un quadro siffatto, donne ed esponenti di minoranze avrebbero uno spazio di manovra molto più angusto. «Oggi in Italia abbiamo 319 senatori, di cui 112 donne (il 35,11%)» si legge sul Sole 24 ore, «e 630 deputati di cui 227 donne (il 36,06%)». Insomma, poco più di un terzo. In un contesto socio-culturale, come quello siffatto, in cui il potere è maschile (ed eterosessuale), questo numero è destinato a calare non solo aritmeticamente, ma anche in percentuale. Saranno di più gli uomini che non vorranno perdere il loro seggio parlamentare. Saranno di meno, o quanto meno il rischio è molto elevato, le donne presenti in parlamento.

Il rischio di non avere più rappresentanti Lgbt+

La nostra è una classe politica molto poco attenta alle questioni relative alle minoranze e ai diritti civili. Leggi blande, come le unioni civili, hanno avuto tempi di realizzazione di molto superiori a quelli degli altri paesi europei e di vecchia e nuova democrazia nel resto del mondo. La legge contro l’omo-bi-lesbo-transfobia va avanti a rilento e dopo un ritardo pluridecennale. Ciò avviene perché chi porta avanti certe istanze è sottorappresentato. In un contesto parlamentare di quasi 1000 unità, le “quote” Lgbt+ non arrivano all’1% della rappresentanza. Il taglio dei seggi potrebbe avere, come conseguenza, la totale cancellazione di questa esigua minoranza. Con conseguenze facilmente immaginabili.

Avremo per lo più partiti populisti e di estrema destra

Beppe Grillo, durante un comizio

Non solo: il quadro politico attuale rischia un impoverimento anche di offerta politica. Dei partiti presenti in parlamento, solo 5 saranno sicuramente rappresentati: Lega e Fratelli d’Italia, per l’estrema destra, Forza Italia per i conservatori, il Partito democratico come forza di centro-sinistra e il M5S come forza populista e antipolitica. I partiti realmente democratici si limiterebbero, di fatto, a uno soltanto – se consideriamo che Fi rimane un partito personalistico. Di tutte queste forze, ben 3 sono apertamente ostili alle istanze Lgbt+ (tutto il centro-destra), mentre grillini e dem non sono i nostri migliori alleati, tra tentennamenti, mediazioni al ribasso e poderosi passi indietro. Le nostre lotte, insomma, rischiano uno stop quasi definitivo da qui ai prossimi 5-10 anni.

Un referendum figlio del “vaffa” di Grillo

Bisognerebbe intervenire sulla qualità della nostra democrazia, proprio attraverso un miglioramento delle dirigenze politiche. Su questo piano il referendum non incide di una virgola. Si lasciano intatti i partiti, responsabili della decadenza attuale del Paese, ma si interviene pesantemente sulla rappresentanza di cittadini e cittadine. Tutto questo perché il M5S non è riuscito ad andare oltre, a livello di elaborazione politica, da quel “vaffanculo” primigenio che Grillo portò in piazza e che è rimasto l’unico appiglio ideologico di un partito che non c’è, che non ha alcuna linea politica e, soprattutto, nessuna reale cultura democratica. Un soggetto politico che ha fatto di espulsioni e repressione del dissenso interno la sua cifra. E che ora rischia di peggiorare la democrazia in Italia.

Un referendum che non tutela la società civile

Sono consapevole che, stavolta, lo stravolgimento delle istituzioni rischia di essere effettivo. Contrariamente alle riforme volute dal centro-destra prima e dal Pd di Renzi in un secondo momento, il taglio della nostra democrazia rischia di essere concreto. Mi chiedo se questo desiderio di rivalsa abbia senso e possa essere un motivo sufficiente per rompere i delicati equilibri democratici delle nostre istituzioni. Se vincerà il sì, non ci si vendicherà della politica che ha prodotto lo status quo. I partiti e i loro potentati non verranno toccati dal taglio delle “poltrone”. Noi cittadini e cittadine avremo, invece, meno persone in grado di difenderci in Parlamento. E non mi sembra una scelta saggia, intelligente e salubre. Se vinceranno i sì ne avremo contezza, negli anni a venire. Sulla nostra pelle. È solo questione di tempo.

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