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Tra gli effetti collaterali dell’attenzione estrema sul fenomeno coronavirus in Italia ce n’è uno a cui forse nessuno aveva pensato. Secondo la denuncia pubblicata su Facebook da un amico di Patrick Zaki, il governo egiziano ha approfittato del fatto che sia l’unico argomento di cui tutti parlano per peggiorare la situazione del giovane ricercatore.

Secondo quanto scrive sul proprio profilo social Amr Abdelwahab, amico di Zaki da moltissimi anni, il ragazzo sarebbe stato “trasferito in una prigione (invece di un centro di detenzione di Polizia) e l’ufficio dell’accusa nega improvvisamente tutte le richieste di visite dai genitori o dagli avvocati fino al 5 marzo, quindi non abbiamo modo di sapere come sta”.

Abdelwahab chiede dunque agli italiani, sebbene preoccupati per l’evoluzione della questione coronavirus, di non smettere di parlare di Patrick. Il silenzio, infatti, lascerebbe più campo libero al governo egiziano commettere potenziali violazioni dei diritti del ragazzo. “Non abbassiamo la guardia, vi prego, non dimentichiamolo”, scrive l’amico che è lo stesso che, all’indomani dell’arresto, aveva lanciato la petizione su change.org.

Amnesty Bologna ha subito rilanciato l’appello dell’egiziano. L’associazione cercando il modo di continuare le mobilitazioni tenendo conto dei divieti imposti in Emilia Romagna per prevenire la diffusione del virus.

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