In Rainbow

Parlare del proprio orientamento sessuale o identità di genere sul luogo di lavoro è ancora molto difficile. Lo rivelano i dati illustrati durante un workshop organizzato a Milano dalla società di consulenza di Gso Group, Elan, e Parks – Liberi e Uguali.
Secondo quanto emerso, solo una persona lgbt su 4 rivela il proprio orientamento sessuale o identità di genere a colleghi e superiori.

Paura di essere licenziati

“Le ragioni sono diverse – si legge in una nota -: la paura di compromettere i rapporti con i colleghi, di ostacolare un avanzamento di carriera e, addirittura, il timore di essere licenziati. E, come diretta conseguenza, la preoccupazione di essere scoperti e discriminati può avere un impatto significativo sulla qualità delle prestazioni lavorative”.
Secondo un sondaggio svolto sulle 50 aziende presenti al workshop, intitolato “Successful LGBT in Action – Dalla discriminazione silenziosa all’inclusione coraggiosa”, solo nel 46 per cento di queste erano previste misure di inclusione per le persone lgbt prima dell’approvazione della legge sulle unioni civili. Dall’entrata in vigore della legge in poi, la percentuale è salita all’83 per cento. Il restante 17 per cento, invece, ha adottato policy ancora più avanzate.

Pochi Diversity Manager

Sempre tra le aziende presenti, solo il 42 per cento ha un Diversity Manager, figura fondamentale per le politiche inclusive aziendali. Nel 46 per cento delle aziende, invece, si organizzano sessioni di formazione su orientamento sessuale e identità di genere. Le iniziative vanno dalla partecipazione al Milano Pride all’espansione dell’Employee Resource Group per le persone LGBT, ma non mancano attività di formazione interna.

Le interviste ai manager

Ciò nonostante, la percentuale dei coming out sul lavoro rimane molto bassa. Il perché lo rivela un altro studio, realizzato da Silvia De Simone, psicologa del lavoro e ricercatrice presso l’Università degli Studi di Cagliari. De Simone ha preso in considerazione le cooperative sociali coinvolgendone 4, tutte dello stesso consorzio e con un numero di dipendenti che varia da 15 a 110. Durante le 13 interviste realizzate ai manager più anziani e ad un gruppo di sette supervisori, due manager hanno fatto coming out come omosessuali mentre uno degli intervistati è una persona trans.

Scarsa conoscenza del tema

Secondo quanto riporta la nota diffusa da Elan International e Parks, “le parole utilizzate dagli intervistati hanno rivelato non solo una scarsa familiarità con i temi LGBT, ma principalmente l’inconcepibilità della non-eterosessualità, con i partecipanti che hanno manifestato disagio nel parlare di argomenti legati alla sessualità, ricorrendo talvolta a perifrasi per evitare di utilizzare una terminologia specifica. Addirittura alcuni non conoscevano nemmeno il significato delle parole associate all’acronimo LGBT”.

Il “Don’t Ask, Don’t Tell” italiano

In un primo momento, inoltre, molti hanno negato di avere mai lavorato con colleghi lgbt per ammettere, solo in un secondo momento, di avere appreso per caso l’omosessualità di alcuni di loro. Una sorta di “Don’t Ask, Don’t Tell” che sembra essere il comportamento dominante e spacciata per “rispetto verso i colleghi lgbt”. In realtà, rivela ancora la nota, “secondo gli stessi lavoratori LGBT, la difficoltà a trattare queste tematiche è dovuta alla paura che alcuni presidenti e supervisori hanno nell’affrontare questi argomenti, e giustificano tale circostanza facendo riferimento al fatto che ci sono dei confini da rispettare rispetto a ciò di cui si può parlare e non si può parlare”.

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