In Rainbow

Recentemente sul sito diretto da Enrico Mentana, Open, è apparso un articolo in cui si parla dell’iniziativa dell’avvocata Cathy La Torre che insieme alla filosofa Maura Gancitano ha lanciato la campagna #odiareticosta. Il pezzo, firmato da Juanne Pili, contiene un video del canale Youtube Da grande voglio fare il Buddha e attacca la campagna contro i crimini d’odio in rete, portando avanti due argomentazioni: da una parte ci sarebbe «una grave violazione del codice deontologico forense» che «vieta, eccetto rarissimi casi (amici stretti, parenti, coniugi) la prestazione professionale gratuita». Dall’altra, invece, l’insostenibilità morale del progetto portato avanti dalle due attiviste, in quanto una campagna contro l’odio in rete rischierebbe di trasformarsi in una caccia alle streghe e, quindi, si cadrebbe nel paradosso di arrivare all’odio contro chi odia.

La banalizzazione di una questione cruciale

Non voglio aprioristicamente difendere la campagna in sé o le persone che l’hanno pensata. Non entro nemmeno nella questione relativa al codice deontologico, in quanto non esperto in materia. Se ci sono delle violazioni in tal senso, saranno gli organi predisposti al controllo di situazioni siffatte a chiarire come stanno davvero le cose e, se necessario, a provvedere. Riguardo la seconda questione, invece, si ha la sgradevole sensazione che sia il giornalista che ha firmato l’articolo, sia i due autori del video non abbiano ben chiari alcuni aspetti legati alle questioni di genere. È questo punto che mi preoccupa e non poco. L’articolo, sia chiaro, è corretto nella forma, ben scritto e sembra voler obbedire al diritto di cronaca: c’è un fatto, questo fatto genera perplessità, si discute di esso e si cerca di analizzarlo. Il problema, a mio giudizio, nasce però quando si cerca di banalizzare un problema cruciale come quello dei crimini odio, demonizzando una campagna per contrastarli. Prestando il fianco ad altro. Vediamo cosa.

Il tweet di Cathy La Torre

Il tweet incriminato

Si prende spunto, a tale proposito, da un tweet di La Torre in cui possiamo leggere: «Viviamo nell’epoca del maschio etero bianco che oltre ad essere politicamente inadeguato è fortemente dannoso appena apre bocca. Che epoca di merda». Nell’articolo si stigmatizza il linguaggio adottato in questo tweet, omettendo di dire però una grande verità: la stessa La Torre aveva rimosso quel contenuto, scusandosi per i toni e rimarcando che non è quello il suo linguaggio. Il tweet era stato infatti scritto da una collaboratrice, ma le parole utilizzati non hanno convinto l’avvocata che si è subito dissociata.

“So’ maschio, so’ bianco, so’ etero…”

Nella ricostruzione fornita dal video, si vedono i due youtuber affibiare quelle parole a Matteo Salvini, stigmatizzandole. Quindi si fa notare che il ministro degli interni non le ha mai proferite men che mai sui suoi social network. Ma qualcun altro sì: La Torre appunto. Nel dialogo tra i due, emerge che sono quelle ad essere parole d’odio, contro i maschi bianchi ed eterosessuali. «Qualcuno potrebbe pensare che è discriminazione lo stesso» dice uno dei due youtuber, all’altro. Che gli chiede: «Tu ti senti offeso e ferito da queste parole?» e subito arriva la risposta: «So’ maschio, so’ bianco, so’ etero… poi lo sei pure te». Il video continua: «Qua bisogna prendere provvedimenti. Questi messaggi d’odio vanno puniti». Si sposta il focus, quindi, su #odiareticosta. Il tono è canzonatorio. Sembra, ma è una suggestione del tutto personale, la versione casalinga di una puntata delle Iene. Lo stesso autore del video precisa che i suoi toni sono espedienti narrativi, in cui non vuole attaccare personalmente nessuno. Scelte stilistiche legittime, per carità. Ma che, personalmente, mi lasciano alquanto perplesso. Soprattutto se si adottano deliberatamente tali scelte per attaccare poi toni similari, che però si ritengono fuori luogo altrove, come nel tweet di La Torre. Siamo in piena auto-contraddizione, insomma.

A chi giova l’articolo su Open?

Adesso, se tutti gli attori in gioco in questo attacco contro un’iniziativa contro l’odio sentono il dovere morale di attaccarla rientra nel diritto di chiunque di esprimere il proprio pensiero su qualsiasi cosa. Non lo discuto. Mi chiedo, tuttavia, a chi giovi davvero quell’articolo, insieme a quel video, visto che la realtà dei crimini d’odio, nell’Italia di oggi, è un problema reale e concreto. Alcune contro-argomentazioni portate, e torno sul discorso dell’inadeguatezza sulle questioni di genere, lasciano trasparire – a voler essere generosi – una certa ignoranza in materia. In un sistema in cui c’è un gruppo di potere e un gruppo di oppressi, infatti, la stessa frase o la stessa parola riferita a una delle due realtà non ha lo stesso valore. Anzi.

Quando parlano le categorie vulnerabili

Il video apparso su Open

È una questione, infatti, di resistenza e opposizione a un modello culturale. Al di là dei toni, forse poco ortodossi ma espressivamente vivi, del tweet incriminato, sostenere che siamo in un’epoca in cui il “maschio bianco eterosessuale” esercita il suo potere a danno di categorie vulnerabili, come dimostrato dalle politiche dei Trump, dei Bolsonaro, dei Salvini e chi per loro, non è un discorso d’odio. Non incita alla violenza, non ne intacca la dignità umana: è, semmai, la descrizione di una realtà. Commentare con una frase ad effetto, forse “di pancia”, tutto questo è umanamente comprensibile, soprattutto quando appartieni a quegli stessi gruppi vulnerabili. Un pugno in faccia è un pugno in faccia, e su questo siamo tutti e tutte d’accordo. Ma un pugno sferrato da una camicia nera ai tempi del fascismo a un ebreo avrebbe avuto un valore. Il caso contrario, un valore politico di segno nettamente opposto.

Il diritto di reagire

L’oppresso ha il diritto di difendersi, di reagire, di denunciare e gridare il suo sdegno, se necessario. Quel tweet andava contestualizzato nel momento storico in cui è stato prodotto. Ovvero: l’epoca dei sovranismi imperanti, in cui i leader mondiali si fanno forza del loro privilegio di appartenere alla maggioranza che gestisce il potere: quella dei maschi, bianchi ed eterosessuali, appunto. E lo utilizzano per andare contro le minoranze (Bolsonaro in Amazzonia ha dato licenza di uccidere gli indios, per capirci, e il nuovo premier inglese si è già distinto per la sua omofobia). Questo presente che viviamo sulla nostra pelle, è “un’epoca di merda”. Come lo si sarebbe detto – e come lo si è detto – dell’era dei nazifascismi nell’Europa degli anni ’30 e ’40. Quel tweet andava visto come il pugno sferrato da una minoranza costantemente attaccata a chi non si pone problemi ad attaccare.

La Torre e Gancitano, chiamate al maschile

Gli autori del video e lo stesso giornalista del pezzo su Open sembrano non conoscere questo stato di cose. E se lo conoscono, lo hanno deliberatamente ignorato. Fossi in loro, mi interrogherei sul perché. Anche se si sentono offesi in quanto maschi, bianchi ed eterosessuali. O forse, proprio per quello. Faccio anche notare che, per tutto il tempo delle riprese, sia Cathy La Torre, sia Maura Gancitano vengono ripetutamente definite come avvocato e filosofo. Al maschile, salvo qualche occasionale “avvocatessa”. Un automatismo linguistico, ne sono pienamente convinto. Ma su cui bisognerebbe riflettere profondamente, visto che arriva da parte di persone appartenenti a quel gruppo di individui che, meritoriamente, mira a ricercare – se mi si permette una citazione colta – “la verità là fuori”. Verità tuttavia dimentica del fatto che esistono le donne e le loro professioni correttamente dette.

Un pericoloso smottamento civico

Le due attiviste della campagna #odiareticosta

In tutto questo, chiudo con una considerazione personale: che a non rendersi conto di questi aspetti siano due youtuber che ricordano la versione all’amatriciana delle Iene, è un conto (comprenderanno, i due simpatici ragazzi, questa licenza stilistica). Che non ne abbia contezza un sito come Open ci fa capire il pericoloso livello di smottamento civico che attraversa il nostro paese e che colpisce anche “gli insospettabili”. Una cosa, infatti, è la libertà di parola e anche un sano attacco al politicamente corretto e alle sue rigidità. Dimostrare di capire poco o nulla della differenza tra diritto di critica, resistenza ai meccanismi di potere imperanti ed hate speech è un’altra cosa. E lascia, sinceramente, l’amaro in bocca.

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