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ArCISlesbica Nazionale: una giornata di ordinaria transfobia

di Ethan Bonali*

In questi giorni abbiamo assistito alla pubblicazione di articoli transfobici e dal contenuto discriminatorio sulla pagina di Arcilesbica Nazionale ed in molti ci siamo chiesti cosa stesse succedendo all’interno di una associazione dalla storia importante.
Per chi scrive la risposta è: nulla di nuovo.
La radicalizzazione del movimento lesbico – in questo caso di una parte minoritaria benché chiassosa e ben inserita nei meccanismi di potere – è un fatto ciclico.
Negli anni ’70 il movimento lesbico si allineò con la corrente radicale del femminismo ed isolò le lesbiche butch (donne che hanno ruolo ed espressione di genere maschili) e gli uomini trans poiché riprendevano modelli comportamentali ritenuti appartenenti al
patriarcato.
Negli anni ’70 questo aveva un senso, mentre oggi, con decenni di lotte e produzione di cultura transgender e femminista certe posizioni dovrebbero essere superate e certe tesi proposte in maniera sicuramente più opportuna, circostanziata e dialogante.

Quali sono gli articoli pubblicati e cosa affermano?

Il primo articolo, tratto direttamente da un sito TERF (femminismo che esclude le donne trans), pubblicato e ritirato a causa dei commenti di condanna verso l’associazione e poi nuovamente riproposto, si intitola: “Io sono una donna. Tu sei una donna Trans. E questa distinzione conta”.

L’articolo viene postato senza nessuna presentazione o commento come “invito al confronto”. Purtroppo ci ricordiamo i toni da “confronto” al Pride di Milano di alcune esponenti di Arcilesbica sulla gestazione per altri.
Due sono i punti chiave di questo testo:
– La volontà di segnare una netta distinzione tra donne cisgender (donne che si riconoscono nel genere e sesso assegnato loro alla nascita) e donne trans sulla base dell’oppressione subita e dell’apparato genitale. Ovvero la convinzione che le donne trans non siano “vere” donne e che siano cresciute beneficiando dei privilegi maschili.

– La negazione di un sistema etero-patriarcale che opprime le donne trans e la trasformazione delle rivendicazioni delle stesse in sistema concorrenziale ed oppressivo per le donne cisgender.

Che considerazioni possiamo fare basandoci su questi due aspetti?

– Definire un genere esclusivamente dall’oppressione che subisce è fortemente riduttivo. L’autrice dell’articolo, come la femminista Chimamanda Ngozi in esso citata, basa la distinzione tra donne cisgender e donne trans proprio su questo assunto, ignorando completamente la transmisoginia cui sono soggette le donne trans.

– La stessa Ngozi si basa su ciò che ha sempre combattuto e criticato: la narrazione unica, ovvero un unico modo di raccontare ed immaginare che cancella la complessità della realtà.
La narrazione del femminile è ampia e comprende anche le donne trans in tutto il loro percorso, non solamente (e pare che per certe persone neppure) una volta ultimata la transizione.
– Si afferma, senza nessuna argomentazione valida a supporto, che le donne trans abbiano goduto di privilegi maschili prima della transizione.
Tale affermazione ignora completamente la violenza e il bullismo cui sono sottoposte le donne trans prima della transizione, nega i loro racconti, nega la loro esperienza.

È violenza di genere

Chi scrive trova che la posizione dell’articolo, di Arcilesbica che lo ha postato e della Ngozi sia sessista, sottilmente misogina e riduttiva dell’esperienza femminile.
Non solo: rendere invisibile dell’oppressione altrui è violenza di genere.
Presentare un oppresso come oppressore è violenza di genere.

Il secondo articolo intitolato “Dichiararsi non-binari è gettare le altre donne sotto un autobus”, passato più inosservato, è altrettanto pericoloso e transfobico (nb-fobico, ovvero colpisce le identità non binarie) ed è finalizzato a negare le identità di genere delle persone cui è stato assegnato un sesso femminile alla nascita (persone afab).

In questo pezzo i punti chiave sono:

Sovradeterminazione e Misgendering (non riconoscere il genere della persona che si autodetermina): l’assunto innegabile che vi siano solo due generi e che quindi le identità non binarie non esistano. Le persone afab sono donne senza possibilità di replica.

Misoginia e patologizzazione: la convinzione che dichiararsi non appartenente al genere uomo o donna sia un tradimento verso la propria natura femminile (dettata dal proprio organo sessuale). In poche parole, non siamo davanti ad una identità, ma ad una persona
che rifiuta la propria natura femminile (misoginia interiorizzata) fino alla patologia. Chi scrive sente spesso queste frasi dalle terf italiane.

Stigma sociale dovuto alla colpevolizzazione delle proprie scelte: l’assunto che le persone afab siano dannose per le rivendicazioni di genere delle altre donne.
Teoria del complotto: la convinzione, basata sull’ignoranza, che le identità non binarie siano il prodotto delle “teorie queer” e del pensiero di J. Butler.
Basterebbe documentarsi e si verrebbe a sapere che le culture, compresa quella europea, hanno sempre visto la presenza di più di due generi.
L’equiparazione, dovuta a letture superficiali, ignoranza e convinzioni di vario genere, per cui le teorie queer equivalgano alle teorie gender per i movimenti fondamentalisti cattolici.

Perché attaccare le persone non binarie

L’attacco alle persone di identità non binaria (persone che non si riconoscono nel genere maschile e/o femminile) è funzionale al mantenimento dei due generi e dei meccanismi di inclusione-esclusione. Per mantenere un controllo sulle lotte femministe, e in ultima analisi esercitare potere, è assolutamente necessario delegittimare e disconoscere qualunque realtà sia incongruente con la costruzione del concetto di donna che si è istituzionalizzato in Italia con l’affermarsi della scuola di Luisa Muraro e del simbolico materno, perché funzionale al mantenimento della struttura binaria e patriarcale.

Rinegoziare il concetto di genere

La centralità del materno è utilizzata come strumento di potere che funge, come afferma la scrittrice e femminista Lea Melandri, da “più forte contrappeso alla sua (della donna) mancata realizzazione come individuo, cittadina a tutti gli effetti”.
Le persone afab e gli uomini trans che trasgrediscono gli stereotipi partorendo e diventando padri mettono in discussione una costruzione teorica che ha permesso di acquisire potere in cambio dell’arresto della grande rivoluzione del femminismo radicale degli anni 70 e dell’accettazione delle categorie patriarcali.
Le persone non binarie stanno mettendo in discussione gli orientamenti sessuali, i ruoli genitoriali e stanno costringendo, con le loro esistenze irriducibili e innegabili, ad una rinegoziazione dei due generi e del concetto stesso di genere.

Arcilesbica contro le persone non binarie

È chiaro che per ArCISlesbica nazionale sia vitale una alleanza con il femminismo terf e binario di Muraro per mantenere l’equazione sesso=genere,
– perché sempre più persone di sesso femminile si stanno dichiarando non binarie;
– perché questo permette di cristallizzare la politica di contrapposizione al patriarcato in una logica di ribaltamento del potere e non di eliminazione dei meccanismi reali di oppressione;
– perché chi mette in discussione i ruoli genitoriali basati sulla costruzione binaria smonta molte argomentazioni omofobiche e contro la gestazione per altri.

Per il separatismo promosso da Arcilesbica nazionale e dal femminismo terf e misogino di Muraro, è vitale mantenere il sistema oppressivo basato sul binarismo di genere, non importa se al prezzo di promuovere lo stigma su altre donne e su altre identità.
Anche questo è Patriarcato.

Guardare la luna e non il dito

Finché la battaglia politica, sociale, culturale ed antropologica sarà basata sulle categorie di persone e non sul sistema di oppressione, si continuerà a guardare il dito che indica la luna, rafforzando gli stereotipi di genere, costruendo un concetto di donna politicamente strumentale, ideologizzato e funzionale alla violenza di genere e a uomini e donne interessati al potere e non alle persone.
Come ultima nota politica, in totale accordo con il comunicato del 9 agosto del MIT, anche chi scrive si chiede se queste ultime prese di posizione siano state concordate con le sezioni di Arcilesbica o se si tratta di un colpo di mano di poche separatiste e per scopi totalmente personali. Un riconoscimento delle responsabilità sarebbe d’obbligo, così come la trasparenza nel dichiarare come e chi ha preso queste decisioni.

Attivista trans, non binario e femminista

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