In Rainbow, Storie

Ormai l’hashtag gira sui social network da ieri. #Quellavoltache, per raccontare quando qualcuno ha abusato di noi, ci ha violentate, ci ha molestate e non abbiamo avuto il coraggio di denunciare. La campagna contro il victim blaming continua. Marta (nome di fantasia), una lettrice, ci ha inviato la sua storia. Ancora oggi, raccontarla potrebbe costarle caro. Per questo l’ha affidata a noi e la ringraziamo per averlo fatto. Ecco il suo racconto delle molestie subite sul posto di lavoro:

Ero nel suo studio e lui mi stava offrendo un contratto. Non avevo esitato un attimo quando mi aveva invitata: mi fidavo del suo ruolo, della sua fama, non sospettavo niente. La proposta su cui avrei dovuto lavorare era estremamente interessante. Seduti a scrivanie diverse parlavamo, discutevamo i pro e i contro del lavoro e intanto mi facevo un’idea di cosa avrei dovuto fare. Non sarebbe stato facile ma le sfide mi sono sempre piaciute.

Il guaio era che dopo la prematura scomparsa del mio capo, per me la situazione si era fatta difficile. C’è sempre molta competitività, là dentro, e io stavo rischiando molto. In quel momento di debolezza personale e professionale il contratto era tutto ciò che desideravo. Mentre lui parlava si alzò e venne verso di me. Si mise alla mie spalle e si appoggiò alla sedia. Ma la sedia aveva lo schienale vuoto.

Non ci potevo credere, sicuramente non si era accorto che si stava appoggiando a me. Questo è il primo pensiero che mi ha attraversato la mente. Eppure stava lì, il suo pube contro la mia schiena, e non se ne andava. Cercavo di capire cosa stava succedendo ma non riuscivo ad ammetterlo. La cosa rimase sospesa, con un contratto da definire al prossimo incontro. Mi dette un altro appuntamento, io ci tornai. Era più facile credere che mi ero sbagliata piuttosto che mettere in discussione la mia considerazione per lui.

Il contratto cominciava a trovare delle difficoltà, bisognava discuterne meglio, capire se si trovavano i fondi. E di nuovo si appoggiò allo schienale vuoto della mia sedia. Potevo sentire il suo corpo e la sua anatomia contro la mia schiena. Mi resi conto che eravamo soli nel suo studio, la porta era chiusa, e in qualche parte del cervello ebbi vagamente paura. Cercai di calcolare una strategia d’uscita, ma l’esercizio di potere che stava accadendo era di tipo diverso.

Me ne andai, lo risentii solo quando mi fece sapere che il mio contratto era sfumato. Non ho continuato a vedere lui ma frequentavamo lo stesso ambiente. Pensai all’eventualità di rendere pubblico l’accaduto ma ero certa che nello scontro tra un potente e un debole avrebbe vinto il potente. Avevo paura per la mia reputazione e anche per il mio futuro lavorativo. Più precisamente temevo di non averlo un futuro lavorativo.

Scoprii che non ero la sola. Una conoscente mi mise in guardia e a mia volta ho allertato quelle che potevo. Mi capitò di incontrarlo in un’occasione pubblica: lui ribadì sorridendo che se avessi accettato la sua proposta, la mia posizione avrebbe potuto essere molto diversa.

Marta

Per raccontarci le vostre storie e aderire alla campagna #quellavoltache, scriveteci un messaggio privato su Facebook o al nostro indirizzo di posta elettronica.

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