Omofobia a Bologna: tutti con Giulia ed Elisa per il loro matrimonio

La vicenda della location negata ad una coppia lesbica di Bologna che voleva celebrare il proprio matrimonio simbolico prima di registrare l’unione civile, quando la legge entrerà in vigore, ha suscitato reazioni da più parti.

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Il senatore Sergio Lo Giudice

Per il senatore Sergio Lo Giudice (Pd) “è il segno delle prime reazioni scomposte di fronte al nuovo istituto”. “Nessuno – avverte – pensi che queste manifestazioni di omofobia  e di boicottaggio delle unioni civili rimarranno in silenzio”. “Com’è già  successo altrove – spiega Lo Giudice –  dall’Europa agli Stati Uniti, l’ampliamento dei diritti di gay e lesbiche fa scattare anche un incremento di reazioni omofobiche. Ma sia chiaro che di fronte all’azione di contrasto di diritti acquisiti e di violazione del principio di non discriminazione saranno i tribunali a decidere e sanzionare. Il tempo delle vessazioni gratuite e dei timori a denunciare soprusi è finito“.
“Non è nulla di inaspettato, purtroppo – commenta Vincenzo Branà, presidente del circolo Arcigay Cassero -. È la coda di un’Italia che ha sempre avuto una cultura omofoba e sessista che ha trovato legittimazione nel dibattito politico sulle unioni civili. Quel risultato a metà è anche un rafforzamento delle posizioni contrarie e questo è il risvolto culturale”. “Quando scendevamo in piazza sotto il Senato, durante il dibattito – sottolinea Branà – era questo che volevamo dire alla politica, perché l’avevamo ampiamente previsto.

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Vincenzo Branà, presidente del Cassero

Ma il palazzo non è riuscito a vederlo. Inserire una gradualità nei diritti rallenta il percorso di riconoscimento e dà forza al pensiero dissidente. L’arrivo delle unioni civili sarà inevitabilmente accompagnato da un tentativo ostinato di negare quei diritti”. “Queste due ragazze – conculde – sono una rappresentazione di una bella Italia, che nonostante la crisi e le discriminazioni sceglie di realizzare i propri desideri e noi dobbiamo preservare quel pezzo di Italia. Come tessuto sociale dobbiamo sostenere queste scelte ed essere i più grandi alleati di queste persone”.

Per Gionata Russo, vice presidente del circolo Eagle Nest/RED, questa vicenda va “chiamata con il suo nome: omofobia“. “Il negare lo spazio in cui queste due ragazze avrebbero desiderato concludere la giornata del loro sogno con amici e parenti – continua Russo -, che avrebbe visto i sorrisi pieni di gioia di tutti quanti dinanzi all’amore che le unisce, fa piombare di colpo la nostra città in un grigio racconto di omofobia”. “Questa triste vicenda  – prosegue – ci ricorda che viviamo in un Paese che ancora rifiuta l’idea che esista l'”omofobia”, che ancora non ha una legge che punisce in maniera chiara e forte i reati di omo-transfobia”.
“Con ancora maggior forza e determinazione – conclude – ci impegneremo affinché il sogno di queste due ragazze diventi presto realtà e affinché la nostra città non sia umiliata dall’inciviltà e dalla barbarie di certi cittadini. Auspichiamo infine che la futura amministrazione comunale prosegua con sempre maggior impegno nella lotta all’omo-transfobia per una Bologna inclusiva e accogliente”.

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Roberta Li Calzi, Pd

Un appello che sembra trovare accogliemnto nelle parole di due candidati al consiglio comunale nelle liste del Pd. “Bologna dovrà essere un modello per l’attuazione delle prossime celebrazioni delle Unioni civili – dichiarano Roberta Li Calzi e Saverio Bui -. Dalle modalità di celebrazione delle cerimonie in Comune al modo in cui i diritti delle nuove famiglie saranno rispettati nello spazio cittadino, vigileremo sul rispetto di una concreta parità di trattamento delle coppie dello stesso sesso, com’è nella tradizione di Bologna che della pluralità ha sempre fatto una ricchezza”.

E sempre dai due aspiranti consiglieri arriva un’altra proposta che punta a seguire l’esempio di quanto accaduto a Messina e già programmato per Milano: la destinazione, in accordo con le associazioni lgbti cittadine, di un bene confiscato alla mafia ad attività di accoglienza e sostegno alle vittime di omotransfobia. “Esiste un disagio giovanile, che spesso è accompagnato dall’espulsione dalla famiglia d’origine nel momento del coming out – spiegano Li Calzi e Bui -. Esiste poi un disagio sociale più ampio, che colpisce anche persone adulte o anziane, escluse o emarginate dal loro ambiente a causa della loro identità di genere o del loro orientamento sessuale”.

Destinare un luogo di mafia ad una realtà che opera per l’inclusione sociale, l’esigibilità dei diritti il rispetto di tutte le identità – concludono – sarebbe un segnale forte e prezioso di ribaltamento di una cultura basata sulla violenza, la prevaricazione, il potere del più forte qual è la pseudocultura mafiosa”.
Una proposta a cui Branà aggiunge un tassello: la necessità una riflessione su come il fenomeno delle migrazioni da paesi culturalmente molto diversi dal nostro cambi il quadro dell’omotransfobia. “Esistono già collaborazioni tra le associazioni e le case famiglie – spiega Branà -, ma occorre contestualizzare la proposta e capire chi sono, oggi, le vittime di omotransfobia“.

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