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Di cosa parliamo, quando parliamo di sentimenti al giorno d’oggi? La modernità, i nuovi stili di vita in cui siamo immersi, l’era tecnologica che stiamo vivendo hanno il potere di condizionarli o addirittura di plasmarli o ci adattiamo all’epoca vissuta, così come vuole la natura umana? Abbiamo deciso di parlare di questo, oggi, con Mariano Lamberti, scrittore e sceneggiatore che ha dato alla stampe il suo recente Una coppia perfetta. L’amore ai tempi di Grindr, edito da goWare Edizioni.

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Mariano Lamberti

Il libro parla di una storia nata su una chat gay, destinata ad attraversare un percorso molto duro, quasi una disumanizzazione del sentimento. Come mai hai deciso di far vivere questo destino ai tuoi protagonisti?

Quando si vuole esplorare il territorio della cosiddetta “storia d’amore”, bisogna essere molto lucidi e scavare nella compagine dei luoghi comuni, scardinare tutti i cliché su romanticismo e amore tormentato. Nonostante il libro possa apparire molto duro, per lo sguardo impietoso sulle proprie debolezze, sono convinto di aver scritto una storia romantica nel senso più autentico della parola. Una storia di sentimenti, che non sono appannaggio dell’ immaginario hollywoodiano che anzi li degenera e li mistifica.

A tal proposito, il tuo stile a volte si fa estremamente esplicito, fino ad essere molto crudo. Scelta stilistica o c’è un motivo più recondito?

I due protagonisti partono da una condizione di assoluta mancanza di comunicazione: si rappresentano all’esterno attraverso rassicuranti stereotipi (uomo dominatore ma fragile, donna dominata ma manipolatrice e sadica). Per fare a meno di queste maschere e conoscersi, devono per forza scarnificarsi, quasi scuoiarsi da soli. I sentimenti in generale sono l’aspetto più complesso dell’esistenza che all’essere umano è dato affrontare. Questo lo diceva Socrate a Diotima – la maestra di Eros che Platone indica nel Simposio – alla quale chiedeva aiuto perché riteneva di aver capito tutto tranne cos’è l’amore. Ecco, mi sento un po’ Diotima un po’ Socrate.

Quanto c’è di vero, in quello che racconti? La storia dei due protagonisti è frutto della narrazione di una realtà specifica o è lo specchio di un fenomeno sociale più ampio?

Nel romanzo mischio tanti elementi: episodi specifici che mi hanno raccontato o che ho captato, ma parlo anche di quella che per me è la malattia del nostro secolo: l’incapacità di ascoltarsi nei propri bisogni, del sesso usato come analgeisco per non affrontare i propri vuoti interiori. Questa recita dei sentimenti che facciamo quotidianamente anche con noi stessi è l’origine di tutti mali, l’aspetto diabolico dell’esistenza (la parola diavolo viene dal greco diábolos, “colui che divide”), che porta a dividerci dal nostro sentire.

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Una coppia perfetta

I social network rappresentano un’ulteriore possibilità o un limite oggettivo per i rapporti umani?

Credo che, come tutte le cose, i social network abbiano un aspetto neutro: il loro utilizzo è fortemente condizionato dallo stato vitale di chi li usa. Se sei una persona avida, tenderai a cercare approvazione, se sei un collerico cercherai lo scontro, se invece sei una persona animata da interessi e aperta userai questi strumenti per comunicare e per fare qualcosa di buono. Credo che sia la condizione interiore delle persone a fare la differenza.

Qual è per te il concetto di coppia perfetta?

Credo che in una coppia debba crearsi un cortocircuito, una miccia per far esplodere le proprie ansie da rappresentazione. La coppia perfetta non esiste, spesso ciò che sembra tale è semplicemente l’unione di due individui che si chiudono dietro le proprie debolezze, usando la coppia come uno scudo per proteggersi da una realtà troppo difficile da affrontare. Non c’è complicità nella loro intesa, ma solo un silenzioso tacito accordo per non mettersi in discussione.

Parliamo di attualità: le unioni civili sono entrate a pieno regime. La loro istituzionalizzazione cambierà i rapporti di coppia dentro la comunità Lgbt?

L’idea che due gay o due lesbiche si mettano insieme, senza bisogno di nessun riconoscimento sociale, permette loro una rassicurante anarchia di fondo che, se vissuta bene, può rappresentare una grande libertà. Ovviamente, la stessa libertà vissuta male può generare grande infelicità o insicurezza. Credo che l’idea che ci sia una condivisione socialmente riconosciuta è di per sé una cosa positiva. Lasciami però dire che questa legge è veramente una porcata. Dopo tanti anni, mi aspettavo un matrimonio egualitario in tutto e per tutto, per tacere della clausola di non obbligatorietà della fedeltà… Così non è stato, e questo per accontentare quelle quattro svogliate anime cattoliche interne a certe realtà. Penso che sia stato un grande errore. Ormai così è, ora si vada avanti e si miri a legalizzare l’adozione e a fare un vero matrimonio ugualitario senza ulteriori discriminazioni.

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L’autore al lavoro

Una critica che si fa all’attuale legge è quella di aver imborghesito il movimento Lgbt. Pensi che questa critica sia ingenerosa o realistica?

Anche qui, cosa vuol dire “imborghesirsi”? Chiudersi al mondo, rinunciando alla propria individualità per rifugiarsi in un fortino? O al contrario consolidarsi come coppia e come individui per aprirsi al mondo? Non vedo nulla di male in chi vuole il suggello di una legge per stare insieme.

Siamo al 2017. Cosa ti aspetti di nuovo per quanto riguarda la comunità Lgbt?

Come ho già detto in altre occasioni: unità! Le realtà piccole e grandi dell’associazionismo devono dialogare, non farsi la guerra! Non smetterò mai di ripeterlo: evitiamo di far da sponda ai partiti, dobbiamo essere liberi e restare uniti. Mario Mieli lo aveva capito prima di tutti, quando uscì dal Fuori perché si stava troppo politicizzando. Si, lo so, ho un pensiero nostalgico da associazionismo anni ‘70, ma bisogna recuperare quell’aspetto di solidarietà.

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