In Rainbow

La notizia è di pochi giorni fa: per la prima volta in Italia un Tribunale (la Corte d’Appello di Trento) ha permesso la trascrizione di un certificato di nascita di due bimbi con due papà, riconoscendo dunque ab origine la genitorialità del padre non biologico.

In questi giorni mi hanno contattato diversi giornalisti per domandare se anche io e mio marito seguiremo la stessa strada per chiedere che vengano trascritti in Italia i certificati americani di nascita di Luca e Alice, che già prevedono la doppia genitorialità di entrambi.
stepchild_adozioniHo provato a spiegare che stavamo ragionando da settimane se rivolgerci al Tribunale per i minorenni di Bologna per chiedere la cosiddetta stepchild adoption, ma che adesso, alla luce di questa novità giurisprudenziale, valuteremo se proseguire su questa nuova strada che ci sembra assolutamente più consona allo status della nostra famiglia.
La domanda seguente è stata sempre la stessa: “perché, cosa cambia?”
Provo a spiegarvelo facendovi una fotografia della nostra realtà quotidiana.

Come funziona la stepchild adoption

Come avvocato sto seguendo diverse coppie omogenitoriali (soprattutto di mamme, ma anche qualche papà) che si stanno rivolgendo ai Tribunali per i minorenni in giro per l’Italia (ne sto seguendo infatti alcune a Bologna, altre a Milano, altre ancora a Roma etc…) per chiedere l’adozione in casi particolari, quella che i media hanno chiamato per mesi la “stepchild adoption“. E già il nome a me, onestamente, risulta odioso: perché letteralmente stepchild adoption vuol dire “adozione del figliastro”.
stepchild_guida1Vi spiego come funzionano questi ricorsi di adozione: si scrive un lungo e articolato ricorso in cui si cerca di far comprendere a dei perfetti estranei (i giudici e gli assistenti sociali che tratteranno il procedimento) lo stato della propria famiglia, e il perché è importante che il genitore sociale del bimbo che attualmente non viene riconosciuto come genitore legale venga riconosciuto come tale.

Una specie di calvario

Dopo qualche settimana (se si è fortunati) o mese (come più probabile vista la mole di lavoro che hanno i tribunali e i servizi sociali) inizia una specie di “calvario”: gli assistenti sociali incaricati, coadiuvati da uno psicologo, iniziano una serie di incontri in cui scandagliano pezzo per pezzo la vita delle famiglie in cui il genitore sociale ha richiesto l’adozione. Tutto per verificare se il richiedente possa essere un buon genitore per il minore e per verificare il legame che si è creato tra loro.

Una posta in gioco altissima

madre_figlio2Sia chiaro: finora le coppie che sto seguendo hanno sempre trovato assistenti sociali e psicologi illuminati e mediamente preparati rispetto a queste tematiche, ma ciò non toglie che passare mesi e mesi sotto la lente di ingrandimento e il giudizio di estranei che devono giudicare se sei o meno una buona madre o un buon padre è certamente frustrante, umiliante e mette addosso una pressione indicibile. Anche perché la posta in gioco è, come potrete capire, altissima.
Finita l’indagine i servizi sociali fanno una relazione e poi dopo alcuni mesi (i tempi della giustizia!) si viene convocati davanti ad un Giudice che interroga i genitori (quello biologico/legale e quello richiedente l’adozione) sulle motivazioni della loro richiesta al Tribunale.

Il senso di impotenza

Ed indovinate un po’ con quale domanda esordisce normalmente? (I nomi sono di fantasia ovviamente).
“Signora Maria, mi spiega come mai vuole adottare la figlia della signora Carla?”.
Potete provare ad immaginare il senso di impotenza e di frustrazione che può sentire addosso un genitore a doversi sentire chiedere perché vuole adottare il proprio figlio o la propria figlia, quel piccolo essere di cui si è assunto la responsabilità fin dalla nascita, di cui si è sempre preso cura, e che da sempre lo riconosce come padre/madre?

Cambia tutto

Dunque la risposta alla domanda dei giornalisti è semplice: cambia tutto.
Perché riconoscere la genitorialità ab origine significa riconoscere la realtà della composizione delle nostre famiglie, significa dare piena dignità alle nostre vite, significa non farci passare dalla costrizione dolorosa di un’adozione (peraltro affatto scontata, come ci insegnano alcuni rari casi in cui la stepchild adoption è stata negata, seppure con motivazioni squisitamente di diritto e non nel merito).
Senza contare che riconoscere la genitorialità fin dalla nascita significa riconoscere una genitorialità piena (che con l’adozione del figlio del partner non è tale, non estendendosi il legame – ad esempio – ai parenti dell’adottante).

Rispettate le famiglie

Quello che chiedo, insieme alle centinaia di altri genitori omosessuali, è solo di avere rispetto per le nostre famiglie, le nostre vite… Chiedo che i nostri figli abbiano pari diritti e pari dignità. Chiedo che lo Stato si limiti a tutelare delle situazioni familiari che già esistono, ed hanno bisogno di protezione come tutte le altre.
Come direbbe Fiordaliso: “non voglio mica la luna“.

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