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Game of Thrones è finito. Dopo otto anni il “gioco dei troni” si è risolto lasciando perplessi molti e molte fan e ha chiuso una delle serie tv di maggior impatto per milioni di persone in tutto il mondo. L’ultima puntata andrebbe rivista — ma forse il discorso può estendersi a tutta l’ultima stagione — per avere un quadro globale quanto più lucido possibile. Qui, nei limiti del commento “a caldo”, si cercherà di analizzare l’episodio conclusivo attraverso il personalissimo sguardo di chi lo ha visto: sguardo non critico, nei confronti del capitolo conclusivo della saga. Con la doverosa precisazione che questo articolo contiene spoiler, per cui se non volete rovinarvi la visione del finale, interrompete qui la lettura di questo articolo.

La follia della regina

Daenerys Targaryen

I segni della follia in Daenerys c’erano tutti e c’erano da un po’. Dalla crocifissione degli schiavisti alla volontà di ridurre in cenere le città della Baia, per punire i capi che si erano rivoltati contro di lei, per non parlare della fine dei Turly e di lord Varys, condannati a una fine terribile per non essersi chinati a lei i primi e per tradimento il secondo. Eppure, se vogliamo, la morale che sembra suggerirci la sua storia è quella della degenerazione del potere. Quando credi di avere una missione altissima c’è il rischio, altrettanto elevato, di non distinguere più la differenza tra bene e male. Non possiamo dire che gli sceneggiatori non ci avessero preparati a questa involuzione. Certo, la soluzione — la morte della madre dei draghi — è stata frettolosa, per esigenze di sceneggiatura e per questioni di tempo narrativo, ma che Daenerys impazzisse non è di certo una sorpresa e che morisse era nell’aria.

Eccesso di romanticismo?

I fan si sono lamentati per l‘eccesso di romanticismo nella morte di Daenerys. Un bacio, un pugnale nel cuore e un rivolo di sangue dalle labbra che dice a chi guarda la puntata che il peggio è finito. La regina rischiava di non essere molto diversa da Cersei e da altri che l’avevano preceduta. La sete di sangue, spacciata per impeto verso la giustizia, lasciava intravedere un destino cupo per gli abitanti di Westeros. Jon Snow non aveva alternative. A volte il dovere uccide l’amore, ha quasi profetizzato Tyrion, nel tentativo di convincere l’ex corvo a porre fine alla vita della regina.

I connotati della tragedia

La scena della morte di Daenerys

Eppure in questo “eccesso”, consumato con un bacio e terminato con la morte, ci sono tutti gli elementi della tragedia: tra ciò che è giusto, ma impensabile da compiere, e ciò che tocca il lato più profondo di noi stessi, qual è la scelta da compiere? Jon Snow si configura come l’eroe complesso, ingenuo, a volte un po’ sciocco, che è chiamato a realizzare il disegno di un destino gigantesco. E lo compie. Perché, come già detto, non ha alternative. Un ruolo, il suo, che pagherà a carissimo prezzo. Come già accennato, i tempi narrativi sono troppo veloci. Ma possiamo comunque apprezzare il tentativo di costruire una storia organica, che conclude una saga enorme e complessa.

La reazione di Drogon

Delicata e altamente simbolica, a tal proposito, la reazione di Drogon. L’unico drago rimasto riconosce Jon Snow, che ha sangue Targaryen. È, quell’uomo, in un modo o nell’altro parte della sua famiglia. Il drago lo sa, lo fa passare quasi nell’indifferenza poco prima della tragedia che sta per compiersi. Quindi sente che sua madre è morta. Prova a capire se può rianimarla. Il suo urlo di dolore, che ci lascia temere per la sorte del protagonista maschile della serie, si riversa in una lunga fiammata proprio contro il trono di spade. Come se avesse capito, Drogon, che tutto è cominciato per colpa di quella poltrona. E la brucia, fondendola.

L’ultimo figlio della madre dei draghi

Il dolore di Drogon

E ancora, sempre nella figura del drago — come non amarlo? — c’è una lezione ancora più profonda, a ben vedere. La nobiltà di un animale mitologico, nato nelle pieghe della più fervida immaginazione e che fa parte del regno dei nostri sogni, fantastici o terribili poco importa, contro la volgarità tutta umana della lotta per il potere. È restato solo, l’ultimo figlio della madre dei draghi. E obbedendo a quel senso di solitudine, prende il corpo senza vita di lei per volare lontano dalle cose (volgari, appunto) degli uomini. Come a voler dire che inseguendo i nostri istinti più bassi, il lato oscuro di ognuno di noi, si rischia di perdere la potenza della magia di cui possiamo essere capaci. Siamo certi che sia stato trattato tutto così banalmente, in Game of Thrones, al netto di errori e imprecisioni che di certo esistono?

La vera vincitrice del gioco dei troni

Sansa, poi. È lei la vera vincitrice del gioco dei troni. Lei, che da ragazzina viziata e vittima di un sistema di potere rigidamente maschile che l’ha predestinata a divenire “moglie di”, diventa una donna adulta e matura. È Sansa che, al momento di rivendicare il trono dei Sette regni, dice allo zio che si fa avanti di tornare a sedersi. Ed è lei ad ottenere l’indipendenza del suo, di regno. È lei che guarda alla vita come chi ha visto tutto, e anche troppo, e non si è lasciata abbattere. Sansa ha combattuto una guerra personalissima contro il suo mondo e il suo stesso destino. Da vittima prescelta è sovrana amata e stimata dal suo popolo.

Gli ultimi Stark

Sansa non è come Arya, la sorella, che ha dovuto lottare per essere se stessa. Sansa ha combattuto, in primo luogo, contro l’idea che il mondo le aveva cucito addosso a cui lei aveva finito per credere. Un personaggio che non puoi non amare, infine. E che prende il posto di una madre dei draghi che da “distruttrice di catene” si riduce a essere una tiranna come tanti.

Il vuoto che lascia Game of Thrones

Ci sarebbe ancora molto da dire, ma preferiamo lasciare ulteriori considerazioni a quei milioni di fan, di tutte le età, uomini e donne, che vedranno l’ultimo capitolo di Game of Thrones. Una saga che abbiamo amato profondamente, anche — seppure non principalmente — per i suoi personaggi arcobaleno: da Renly, bello e spregiudicato, a ser Loras, ambiguo e sfortunato. Da Yara Greyjoy, che fino all’ultimo si ritaglia un ruolo forte e di spessore, a Oberyn Martell, che ci ha affascinato con la sua libertà sessuale e ci ha fatto soffrire con la sua morte crudele. Resterà un vuoto, concedeteci di dire questo. Ma la bellezza di questa saga è indiscutibile, al netto di quelle imprecisioni, che hanno fatto storcere il naso a chi ha seguito Il trono di spade. Alla fine, se vogliamo, è amore anche quello. E va bene così.

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