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«Le cose che portano corruzione a un popolo vanno sradicate come erbe cattive che infestano un campo di grano. Lo so, vi sono società che permettono alle donne di regalarsi in godimento a uomini che non sono i loro mariti, e agli uomini di regalarsi in godimento ad altri uomini; ma la società che noi vogliamo costruire non lo permette.»

Le parole sono dell’ayatollah Khomeini rilasciate a Oriana Fallaci nel 1979, l’intervista è celebre: Oriana a metà colloquio si tolse il chador per protesta contro il modo con cui trattavano le donne. Sono parole che raccontano l’Iran di ieri e quello di oggi. A 40 esatti anni dalla rivoluzione. Centinaia di migliaia di iraniani sono scesi in strada stamani a Teheran e in decine di altre città del Paese per celebrare il giorno della vittoria della rivoluzione islamica, in cui cadde l’ultimo governo dello scià Reza Pahlavi e l’ayatollah Ruhollah Khomeini dichiarò l’Iran una Repubblica islamica. Nella capitale, la folla si è riversata in particolare nella piazza Azadi (Libertà), diventata il simbolo della rivoluzione del 1979, cantando i ricorrenti slogan che invocano ‘Morte all’America’.

Dal 1979 seimila condanne a morte

40 anni di rivoluzione, 40 anni di condanne a morte per le persone gay, lesbiche e trans. ‘La comunità LGBT in Iran vive nel terrore da allora,’ racconta Alireza Nader, amministratore dell’organizzazione con base a Washington, “New Iran” Il paese vanta di un triste primato: prima al mondo per esecuzioni capitali nei confronti delle persone gay”.

Lo raccontò un dispaccio inglese di WikiLeaks nel 2008, il regime dei mullah ha condannato a morte “tra 4mila e 6mila persone gay e lesbiche” dall’inizio della Rivoluzione Islamica del 1979.

Il mistero dell’ultima impiccagione

L’ultima risale al 10 gennaio scorso. Un trentunenne è stato impiccato con l’accusa di essere gay e di avere, quindi, rapporti sessuali contrari alla legge di Stato. Un’esecuzione che fa ancora discutere a distanza di un mese le associazioni per i diritti umani. Un processo avvenuto a una velocità insolita, forse su input del governo. Il divieto agli avvocati dell’imputato di aver accesso alle carte. La sentenza lampo.

Il 31enne, oltre agli abusi sessuali, avrebbe dovuto scontare 15 anni di carcere prima di essere condannato a morte. A volte, durante il periodo di reclusione, succede che i legali riescano a far cambiare la decisione dei giudici eliminando la pena di morte che, nell’ordinamento giuridico iraniano, rappresenta quasi sempre un’extrema ratio. Questa volta, invece, il pool legale dell’imputato non avrebbe avuto il tempo di fare ricorso al fine di ottenere la conversione della pena capitale in pene minori.

Ancora più importante la dichiarazione dell’avvocato iraniano per i diritti umani Mehri Jafari, secondo il quale le famiglie dei due ragazzi coinvolti nei rapporti omosessuali avrebbero accusato il 31enne di stupro per evitare loro stessi la pena di morte. Infatti, la legge penale iraniana improntata sulla Sharia prevede pene diverse per le persone che hanno un rapporto sessuale: 100 frustate per chi ricopre il ruolo di attivo, condanna a morte per impiccagione per chi invece è passivo. Tuttavia, per essere dichiarati colpevoli serve la testimonianza di quattro persone che abbiano assistito al rapporto. Tutto cambia, invece, in caso di stupro. Chi lo subisce risulta innocente, mentre chi lo commette viene condannato all’impiccagione: come successo al 31enne.

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