Non sappiamo cosa farcene della memoria un giorno l’anno

Le ricorrenze sono sempre un po’ così: tutti si sentono in dovere di partecipare, di twittare una frase commossa che ricordi le vittime (non tutte, ovviamente, quelle che fa comodo ricordare), di citare Primo Levi (l’avessero letto…) di metterci un “mai più” finale. È un po’ fastidioso, ammettiamolo.
È fastidioso perché quelle stesse persone fino al giorno prima e dal giorno dopo, con la stessa leggerezza, ci spiegano che “prima gli italiani”, che c’è “l’invasione” dei migranti tenuti al caldo negli alberghi mentre i terremotati sono nelle baraccopoli (!!!11!!1!), che la famiglia è una e una sola e le altre non meritano diritti né riconoscimento (bambini inclusi), che le persone omosessuali, trans, bisessuali, non meritano tutela dalla violenza che le colpisce, dal bullismo nelle scuole, dalle aggressioni nelle strade.

Oltre la commozione a comando

Ma siamo arrivati perfino oltre la pelosa commozione a comando. Siamo arrivati al punto che si nega la memoria, o almeno una parte di essa. È quello che è successo, ad esempio, a Pisa, dove nell’ambito degli eventi organizzati per le scuole proprio in occasione del 27 gennaio è prevista la rappresentazione di “Bent”, un’opera teatrale che parla, appunto, della persecuzione degli omosessuali sotto il regime nazista.
Apriti cielo! Il solito manipolo di ultrà si è scagliato contro lo spettacolo, contro il comune che ha dato il patrocinio, contro chi l’ha organizzato. La realtà, checché ne dicano, è che il loro “contro” è tutto diretto alle persone lgbt. “L’ambientazione nella Germania nazista e nei campi di sterminio è usata a pretesto per diffondere ben altri messaggi”, dicono. Dietro quel “ben altri” si nasconde la solita “ideologia gender”, ma soprattutto le persone lgbt.

La memoria a metà con il retrogusto delle persecuzioni

E pazienza se questo continuo attaccare qualsiasi iniziativa parli di diritti e uguaglianza, perfino quelle che parlano “semplicemente” di memoria, ha lo stesso retrogusto di quelle persecuzioni di cui anche gli omosessuali furono vittime. Perché vale la pena ricordarlo: nei campi di sterminio finirono circa 10.000 omosessuali maschi per il solo fatto di essere tali. Poi ci sono anche i gay che furono internati sotto altre classificazioni perché erano anche ebrei, ad esempio.
Neanche nel Giorno della Memoria, insomma, è consentito parlare di discriminazioni a tutto tondo senza incorrere in polemiche e tentativi di boicottaggio. Ah, lo spettacolo a Pisa si è fatto lo stesso: l’aveva promesso l’assessora Marilù Chiofalo.

Il nazifascismo non cominciò con i lager

E già che ci siamo e che si parla di nazifascismo e di regimi totalitari che perseguitarono intere fette della popolazione, vale anche la pena ricordare che quei regimi non nacquero nel giorno in cui aprirono le porte del primo campo di sterminio. Cominciarono molto prima con una costante, fitta e penetrante propaganda che stabiliva un “noi” e un “loro”, un “noi” portatore di verità e intrinseca superiorità da contrapporre a un “loro” inferiore, perfetto capro espiatorio su cui riversare frustrazioni e insoddisfazioni che avevano tutt’altra radice. E a ben pensarci, è quello a cui assistiamo oggi.

I migranti ci invadono e sono la causa di tutti i nostri problemi, secondo alcuni. A niente valgono le stime ufficiali, i dati reali che dimostrano che non c’è alcuna invasione e nessun aumento dei crimini. Sono l’obiettivo giusto verso cui puntare la rabbia per una situazione economica e sociale sicuramente satura, ma che ha le sue cause altrove.
I gay e le lesbiche minacciano la famiglia e vanno fermati. E peccato che la cosiddetta famiglia tradizionale è in crisi da ben prima e il Censis (non Arcigay) ha stimato che nel 2031 non si celebreranno più matrimoni religiosi, calati del 54 per cento dal 1994 ad oggi (ve lo ricordate, sì?, che nel 1994 le unioni civili non erano neanche un argomento, figuriamoci il matrimonio egualitario).

Il sonno della ragione

Il ragionamento, la logica, i dati hanno ceduto il passo alle paure adeguatamente alimentate dalle forze più retrive, non solo nel nostro paese. Il dato preoccupante è che parliamo di un fenomeno globale. Basti pensare a Trump e al suo muro al confine con il Messico. Che delimiti un perimetro chiuso o un confine, un muro è sempre un muro. Ancora una volta, stabilisce un “noi” che deve essere protetto da un “loro” portatore di pericoli. Intrinsecamente, in quanto popolo. Come gli ebrei che bisognava sterminare perché tali, o gli omosessuali, o i rom, o i disabili ecc. Il cerchio si sta pericolosamente chiudendo: bisogna rendersene conto e fare qualcosa. Se davvero avessimo coscienza di quella memoria che celebriamo oggi, non saremmo a questo punto.

Non abbassare la guardia

Quindi, per favore, non sappiamo cosa farcene delle citazioni di Primo Levi se poi si auspica l’affondamento dei barconi nel Mediterraneo; non sappiamo cosa farcene dei “mai più” se poi si vorrebbero i gay, le lesbiche e le persone trans rinchiuse in un ghetto sociale senza diritti e senza visibilità; non sappiamo cosa farcene dei tweet commossi se poi vorreste travolgere i campi rom con le ruspe.

A tutti gli altri, invece, a tutti coloro che il senso del Giorno della Memoria lo hanno ben presente anche il 26 e il 28 gennaio rivolgiamo un appello: non stanchiamoci mai di spegnere il fuoco della discriminazione, contro chiunque vengano perpetrati. Non stanchiamoci mai di dire la verità, di usare la ragione, di non avallare e diffondere i messaggi di odio, di rimanere dalla parte giusta della storia, quella che dalla memoria impara e fa tesoro. Perché sono le uniche armi che abbiamo.

Ps: Ah! E poi c’è Salvini che, come sempre, non ha capito granché:

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