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Il bimbo di 13 anni allontanato da casa “perché effeminato”: ecco cosa dice il giudice

È una storia difficile da raccontare e a maggior ragione da vivere, quella che vede come protagonista Marco (nome di fantasia), 13 anni, che il Tribunale per i minori di Venezia ha deciso di allontanare dalla sua famiglia. Una storia, da quello che si deduce dai documenti che Gaypost.it ha potuto leggere, di un divorzio difficile tra i genitori, di denunce della madre nei confronti del padre e altri familiari per presunti abusi sul ragazzo (accuse da cui l’uomo è stato assolto in primo grado e di cui ora dovrà rispondere in appello), di tentativi di terapie psicologiche andati male. Una situazione che è sfociata, ora, in un provvedimento del Tribunale che ha dichiarato “entrambi i genitori decaduti dalla responsabilità genitoriale” con un decreto in cui il giudice cita alcuni elementi che hanno sollevato polemiche e stupore.

I brillantini sul volto e l’identità sessuale

Perché? Perché il decreto in un paio di passaggi accenna ad una presunta effeminatezza di Marco e ad un episodio in cui si è recato a scuola truccato e con le unghie smaltate. Una perizia richiesta nel 2012 dal Tribunale aveva evidenziato che “il suo (di Marco, ndr) mondo affettivo risultava legato quasi esclusivamente a figure femminili e la relazione con la madre appariva connotata da aspetti di dipendenza, soprattutto riferendosi a relazioni diadiche con conseguente difficoltà di identificazione sessuale, tanto che in alcune occasioni era andato a scuola con gli occhi truccati, lo smalto alle unghie o brillantini sul volto“. Insomma la deduzione è che il rapporto molto stretto con la madre sia all’origine di difficoltà da parte di Marco di trovare una identità sessuale e questo sarebbe testimoniato da qualche episodio in cui il ragazzo ha usato trucchi o smalto per unghie.

L’effeminatezza

Citando una perizia successiva, più avanti nel decreto, il giudice scrive: “Inoltre nella relazione con i pari e gli adulti è aggressivo, provocatorio, maleducato, usa un linguaggio anch’esso provocatorio e molto scurrile, disturba gli altri, usa la menzogna, tende a fare l’eccentrico (tende in tutti i modi di affermare che è diverso e ostenta atteggiamenti effeminati in modo provocatorio)“.

Motivazioni discriminatorie?

Due passaggi, quelli appena citati, che vanno certamente inseriti nel contesto dell’intero provvedimento. Ma non stupisce che facciano sorgere dubbi su un pregiudizio di base nei confronti di atteggiamenti considerati non normativi (un maschio effeminato, che indossa lo smalto) e nei confronti di un legame con la madre che potrebbe, addirittura, compromettere lo sviluppo dell’identità sessuale di Marco. Ed è preoccupante se giudici minorili e assistenti sociali, che hanno a che fare con persone in età difficili e con situazioni familiari solitamente complesse, prendono decisioni con motivazioni discriminatorie.
Secondo l’avvocato Francesco Miraglia, specializzato in questioni minorili e molto noto, sarebbero proprio queste le ragioni che hanno spinto i giudici di Venezia a decidere che Marco non deve più vivere con la sua famiglia e deve, invece, essere affidato ad una comunità terapeutica. Teoria che il legale ha confermato a Gaypost.it che lo ha contattato.

Il quadro generale del provvedimento

Va detto, però, che un’attenta lettura del decreto, suggerisce un quadro molto più complesso. Nel corso degli anni, a partire dal 2010, Marco è stato sottoposto ad un percorso di “ripresa graduale dei rapporti con il padre” (assolto in primo grado dall’accusa di abusi). Viene descritto come un ragazzo con “problematiche psicorelazionali” che i genitori hanno “usato come strumento del conflitto di coppia”. La madre, sempre secondo i giudici, non sarebbe in grado di “rendersi conto delle problematiche del figlio” se non come “conseguenza dell’abuso del padre” di cui rimane convinta. Alla luce delle diverse perizie, i giudici stabiliscono che “il percorso terapeutico non risulta possibile nel contesto familiare attuale per le ragioni sopra esposte in quanto non vi sono genitori in grado di sostenere attivamente una psicoterapia del ragazzo”.

Pregiudizi che non vorremmo leggere

Difficile dire se ha ragione l’avvocato a parlare di discriminazione o se i giudici hanno commesso un paio di scivoloni volendo comunque descrivere una situazione di disagio più complessa e generale. Certo è che leggere “atteggiamenti effeminati” con una connotazione negativa e vedere citare lo smalto alle unghie e dei brillantini sul viso come prova di una “difficoltà di identificazione sessuale” rievoca pregiudizi e stigmi che non vorremmo leggere, in provvedimenti di un tribunale. Per non parlare dell’antico quanto errato adagio che attribuisce a rapporti morbosi con le madri l’origine dell’omosessualità maschile. Non ultimo, ci chiediamo: se mai davvero Marco dovesse andare in una comunità terapeutica (al momento è ancora con la madre), come sarebbe accolto dai suoi coetanei, verosimilmente con disagi come se non più gravi dei suoi, se venisse etichettato come “effeminato”?

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