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Giornata mondiale contro l’Aids, l’Hiv compie 40 anni: il rapporto di Plus

L’HIV compie quarant’anni. Come ricorda Il Fatto quotidiano, «è il 1981 quando i Centers for Disease Control and Prevention segnalano un inspiegabile aumento di polmoniti in giovani omosessuali». Il virus venne poi «isolato e identificato tre anni dopo da Robert Gallo». E da trentaquattro anni a oggi si celebra la Giornata mondiale contro l’Aids, per sensibilizzare e per ricordare i numeri e le vittime di un’infezione che ha fatto trentacinque milioni di morti in tutto il mondo. A tal punto che è stata considerata tra le pandemie più distruttive della storia, che «ha devastato vite e comunità per quasi 40 anni» come ha dichiarato Hans Kluge, direttore regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità per l’Europa.

Ridurre le diseguaglianze nel mondo

Come fanno notare molte realtà che studiano e osservano l’infezione, molto è stato fatto nel corso degli anni sul fronte della lotta all’HIV. Eppure moltissimo c’è ancora da fare. Come ricorda Focus, in un suo recente articolo, un passaggio fondamentale è quello di ridurre le disparità ancora presenti nel mondo nella guerra all’infezione. «Ridurre le diseguaglianze è essenziale se si vuole centrare uno degli obiettivi più ambiziosi dell’Agenda 2030: quello cioè di porre fine all’epidemia di Aids entro il 2030. E le cifre diffuse in occasione della giornata mondiale mostrano l’entità del divario che va colmato».

I dati sull’Aids

Cifre poco confortanti, riporta ancora Focus: «Nel mondo vi sono oggi circa 37,7 milioni di persone che vivono col virus […] e due su tre sono in Africa, dove si registra anche il 70% dei decessi. Non solo: il 60% delle nuove infezioni (680.000 nel mondo nel 2020) si verifica in questo continente e particolarmente colpiti sono i bambini e gli adolescenti, perché in Africa il peso dell’Aids continua a gravare in modo rilevantissimo sulle fasce d’età più giovani». Insomma, quella che un tempo veniva erroneamente bollata come questione esclusivamente gay, oggi sembra più convertirsi in un problema delle zone più povere del mondo.

Il quadro globale, pubblicato alla fine del 2020. Fonte Kff.org

Un problema globale

Ma sarebbe un grosso errore pensare che sia qualcosa che non riguardi la società globale. Sia per questioni di giustizia sociale – tutte le persone hanno il diritto di ricevere cure gratuite e all’assistenza medica – sia per ragioni di salute pubblica. Lasciare che il virus circoli liberamente, senza intervenire con piani d’azione globale, non fa altro che permettere all’infezione di diffondersi. E di diffondersi in qualsiasi parte del nostro pianeta. I virus, come abbiamo imparato negli ultimi anni, non conoscono confini o frontiere.

Il rapporto di Plus sull’incidenza del covid-19

E a questo proposito, a complicare il quadro c’è anche l’incidenza del coronavirus. Plus, l’associazione che cerca di fare informazione e prevenzione non solo sul piano scientifico – che è fondamentale – ma anche sul piano della comunicazione sociale, ha pubblicato un report in cui cerca di rispondere alla domanda: come è cambiata l’assistenza sanitaria per l’HIV in Italia a causa dell’emergenza Covid-19? Alcuni dati sono incoraggianti. Come si legge dalla sintesi del report, durante la pandemia la carica virale nei pazienti in trattamento non ha registrato un rialzo, anzi il trend pare in miglioramento. Per quanto riguarda la qualità delle cure, «la situazione è positiva, anche se numerosi sono coloro che rilevano un peggioramento». Infatti il 60,4% si dichiara soddisfatto, contro 18% di risposte negative. «Il 50,1% non vede alcun cambiamento» nelle prestazioni sanitarie, contro un 45,8% che invece registra un peggioramento. Un più piccolo 4,1% registra, invece, un miglioramento.

Un paese diviso in due

Gli aspetti negativi del report di Plus si concentrano, invece, sui «tempi tra le visite in presenza con l’infettivologo» che registrano un peggioramento (sebbene la situazione sia descritta come eterogenea). Il 46,5% dei rispondenti, infatti, nota un allungamento. Alla domanda “la pandemia ha reso più difficile l’assistenza sanitaria per l’HIV?” la risposta che si può leggere è: «Sostanzialmente no, anche vi sono delle questioni aperte». Durante l’emergenza, infatti, «lo 0,9% non ha fatto alcun controllo del sangue» mentre «il 17,5% non ha mai fatto una visita in presenza con l’infettivologo». Nel report possiamo leggere che la pandemia ha influito sull’assistenza sanitaria per l’HIV, con un peggioramento per il il 48,7%. Un quadro molto vario, che restituisce l’immagine di un paese diviso in due. Con il nord del Paese che fornisce una migliore assistenza e un centro-sud che ha ancora molta strada da fare.

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