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Campane a morto per le unioni civili: il paese contro il prete omofobo

E la cittadina di Carovilli si indigna e dice no all’omofobia. Il piccolo paesino in provincia di Isernia è infatti finito agli onori delle cronache per l’iniziativa del parroco, don Mario Fangio, che dopo l’approvazione delle unioni civili ha suonato le campane a morto per tutta la giornata. Ma la gente non ci sta e si dissocia, proponendo una “contro-crociata” al fine di manifestare il proprio consenso per l’approvazione del ddl Cirinnà.

La contromossa è partita dall’ex sindaco, Mimmo Cinocca, che ha scritto un volantino di risposta: «Per i diritti di tutti. Sono rimasto letteralmente sbalordito nel leggere la reazione, a dir poco scomposta, di don Mario Fangio. Si può condividere o meno una legge dello Stato ma essa va rispettata. Non si può, poi offendere una comunità facendo suonare le campane a morto e lasciando intendere che tutta quella comunità sia omofoba. Don Mario sa che il suono delle campane ha sempre rappresentato lo stato d’animo e il sentimento di tutti, non di un singolo, anche se parroco».

Il nastro rainbow in piazza, a Carovilli

Sul quotidiano Isernianews si tasta l’umore della popolazione locale. È importante per una comunità così piccola finire sui giornali, è la voce comune, ma non per essere associati al sentimento contro le persone Lgbt espresso dal sacerdote. Carovilli, in altre parole, non ci sta. Per tale ragione, sabato 14 e domenica 15 maggio in piazza Municipio gli/le abitanti del luogo si son ritrovati per festeggiare la nuova legge, mentre ha fatto comparsa anche un nastro arcobaleno, a supporto della battaglia per i diritti civili.

Indignato, infine, anche il comunicato di Arcigay Molise: «Siamo indignati per una iniziativa che fa ripiombare questo Paese sotto l’egemonia ecclesiastica e del Vaticano» dichiara il presidente dell’associazione, Pierluca Visco. «Questa cosa» continua «ferisce la nostra dignità proprio in un momento in cui lo Stato ci riconosce il diritto alla nostra felicità e alla nostra esistenza. C’è ancora molto da fare per la realizzazione di quella rivoluzione culturale che noi di Arcigay auspichiamo da tempo per la nostra terra. Ci impegneremo a realizzarla con tutti i mezzi a nostra disposizione. Perché abbiamo diritto di esistere e di avere a portata di cuore la nostra felicità senza avere il dito puntato contro da parte di chi non è disposto a riconoscerci».

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