Storie

L’abbraccio di Roberto e sua madre: quella speranza di cui c’era bisogno

Laurearsi al tempo del coronavirus. È ciò che succede a molti ragazzi e a molte ragazze che in questi ultimi mesi hanno dovuto riorganizzare le loro vite, tra lezioni on line, preparazione della tesi e discussione finale. Un momento che, in altri tempi, richiamava attese trepidanti prima che venisse chiamato il proprio nome. Con parenti e amici accanto. A star lì con te, darti coraggio, minimizzare. Prima. E poi l’esplosione della gioia, al momento della proclamazione. Aspettare fuori, cantare coretti. Essere felici, per la gioia di un amico o di un amica. Questo virus ci ha tolto anche questo. Eppure, la vita va avanti. Ed è quello che è successo anche a Roberto. Che si è laureato, ieri, 29 aprile. E ci regala parole che ci fa piacere riportare.

Un abbraccio è diventato qualcosa di pericoloso

«A causa delle restrizioni, oggi un semplice gesto come l’abbraccio è diventato un qualcosa di pericoloso, un qualcosa da evitare, un qualcosa che non è più sicuro per la nostra salute e per la salute degli altri». Comincia così Roberto Andrea Pio Tucci, già presidente del comitato territoriale di Arcigay Le Bigotte di Foggia, e oggi nel direttivo dell’associazione. «Una volta non era così, anzi un’abbraccio era un’abitudine, un qualcosa di quotidiano che ti rapiva e ti caricava di un calore umano indescrivibile», continua. Ventisette anni e una laurea in mediazione linguistica. La corona d’alloro in testa. Giacca e cravatta, un anello al dito. È elegante, Roberto. E arriva il suo momento. Quindi, succede qualcosa di magico.

Quando ci arrabbiavamo, con i nostri genitori…

La foto dell’abbraccio

«Quando eravamo bambini» continua l’attivista «combattevamo per avere un semplice abbraccio dai nostri genitori, e poi da adolescenti ci arrabbiavamo quando i nostri genitori ci abbracciavano in pubblico, perché secondo la nostra mentalità di allora, quella dimostrazione così troppo fisica ci rendeva ancora più piccoli davanti agli occhi degli altri. E comunque, in entrambi i casi, quel gesto c’era e noi ci perdevamo al suo interno, perché ci sentivamo protetti da qualsiasi tipo di pericolo». E ti sembra di vederlo, da bambino e da adolescente. Col broncio, in entrambi i casi. 

Tornare a riabbracciare più forte chi amiamo

«Oggi voglio condividere con tutti voi questa foto scattata in un momento magico per me, dove nonostante le costrizioni umane che stiamo vivendo, ha trionfato un semplice ma immenso abbraccio tra una madre e un figlio». Andrea è stato appena proclamato. E sua madre è lì. La signora Marilena. Lì, dove dovrebbe essere. Come a proteggerlo, da tutto ciò che si sta consumando lì fuori. Un abbraccio, tra Andrea e sua madre, che rende ancora più stonato questo tempo maledetto. Che lei, la sua mamma, sembra proteggerlo ancora da qualsiasi tipo di pericolo. «Che sia questa per voi, una piccola speranza per ritornare al più presto ad abbracciare più forte chi amate».

Un rumore, in mezzo al silenzio

Un momento al pride

Andrea a un certo punto non si trattiene. L’ho conosciuto alla Trans Freedom March, di qualche anno fa. 2018, a Torino. Viso spavaldo. Tratti da uomo del sud. Occhi scuri, profondi. La voce un po’ aspra: ricorda una quotidianità assolata, vicino ai muri a secco del paesaggio mediterraneo. Forse un vento di salsedine, sulla pietra. Come un rumore, in mezzo al silenzio della calura. Eppure non c’è niente di tutto questo, nel suo sguardo in quell’istante. In quell’abbraccio. Roberto piange. E in quegli occhi, così teneri e disarmati, c’è un pezzo di te. Smuove le viscere. Riscalda gli occhi. Li inumidisce. Quasi ti spiace di non essere lì, perché non puoi abbracciarlo a sua volta. Ti si spezzano i pensieri. Eppure è gratitudine quella che si agita dentro. Perché abbiamo bisogno di sentirci umani. Senza difese. Con qualcuno che si prende cura di noi. Come a dirci “non aver paura, sono qui”.

Un pensiero, verso chi non c’è più

E ringrazia, Roberto. Ringrazia sul suo profilo Facebook, condividendo la fotografia con sua madre: «Grazie “100 volte all’infinito” per l’affetto che mi avete dimostrato ieri durante la mia laurea, vi ringrazio di vero cuore perché con i vostri messaggi e le vostre chiamate non mi avete fatto sentire da solo in un giorno così speciale ed emozionante. Grazie, grazie, grazie…» E poi il pensiero si rivolge altrove. Verso chi non c’è più. «E vorrei mandare un forte abbraccio a tutte quelle persone che hanno perso i propri cari a causa di questo maledetto virus, che nello sconforto più grande, non hanno avuto la possibilità di riabbracciarli e dirgli addio per l’ultima volta… Questo mio traguardo, pur se piccolo, lo dedico interamente a voi!». L’empatia è saper dar conforto. O parlare lo stesso linguaggio, anche nel dolore.

Una moderna pietà

In quello sguardo c’è tutta la sofferenza del tempo presente. È una moderna pietà, verrebbe da dire. Ma rovesciata. Non c’è, in quell’abbraccio, una madre che piange suo figlio. O disperazione, per qualcosa di irrimediabilmente perduto. Non è il suggello di una fine. È proprio il suo opposto. C’è un figlio che si commuove per l’amore di una madre. Un moto di ribellione, rispetto al dolore del qui ed ora. Quegli occhi, che non si arrendono, prima o poi se lo prenderanno il futuro. Anche se adesso è sospeso. Anche se adesso siamo tutti e tutte in sospeso.  E forse in questo moto di restituzione, c’è una speranza. Auguri Roberto. E grazie a te. Avevamo bisogno di ritrovarci in queste lacrime, che sono un ponte.

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