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Queer world: dai Gay Games a Miley Cyrus pansessuale

INDONESIA – Al Fatah, il convitto islamico transgender in lotta per la sopravvivenza
Dal 2008, anno della sua fondazione, Al Fatah si è sempre considerato il primo e unico convitto islamico per persone transgender al mondo: con sede a Yogyakarta, centro culturale del paese nonché cuore dell’arte e cultura giavanese, fino a poco tempo fa era considerato uno dei simboli dell’Islam moderato indonesiano. Purtroppo però Al Fatah ha dovuto subire molte critiche, si è trovato davanti a molti ostacoli e negli ultimi mesi è stato obbligato a chiudere, in quanto il gruppo religioso Islamic Jihad Front lo ha definito “pericoloso ed immorale”. Godendo di forti legami con le istituzioni locali, l’Islamic Jihad Front sta conducendo campagne filogovernative per proibire pornografia ed alcool, inoltre è anche riuscito ad interrompere un festival dedicato ai problemi delle donne e ha cominciato a fare pressione sulle istituzioni religiose non musulmane, prima fra tutte quella cristiana. Ma Al Fatah non si arrende. Molte persone trans legate all’istituzione infatti continuano silenziosamente e pacificamente a frequentarne la piccola e disabitata sede ogni settimana: “Vogliamo dimostrare che l’Islam accetta tutti e vuole bene a tutti”, dice Shinta Ratri, capogruppo di preghiera. Alla sua voce si aggiunge quella di Arif Nuh Safri, giovane predicatore islamico, che denuncia il forte stigma presente nei confronti delle persone transgender all’interno delle moschee, e quella di Agnes Dwi Rusjiyati, coordinatrice locale del gruppo Bhinneka Tunggal Ika National Alliance, che denuncia la prepotenza di organizzazioni come l’Islamic Jihad Front. ”Bhinneka Tunggal Ika” è in realtà il motto nazionale, che significa letteralmente ”Unità nella diversità”: l’Indonesia, paese di 260 milioni di persone, riconosce ufficialmente 6 religioni e presenta al suo interno diverse etnie e gruppi linguistici.

CINA – Hong Kong, prima città asiatica ad ospitare i Gay Games?
I Gay Games sono nati nel 1982 su iniziativa di Tom Waddell, atleta statunitense che rappresentò il suo paese alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968. Inizialmente chiamati Gay Olympics, a tre settimane dall’inizio della prima edizione dovettero cambiare nome e diventare Gay Games, in quanto il Comitato Olimpico Internazionale non accettò di essere associato all’evento, e addirittura querelò l’organizzazione di Waddell. Da allora, le 9 edizioni dei Gay Games sono state ospitate in 5 paesi (USA, Canada, Australia, Germania, Olanda) e adesso la Francia si prepara ad ospitare la decima edizione nel 2018 a Parigi. Nel frattempo tra le 9 città in competizione per ospitare i giochi del 2022 c’è anche Hong Kong, rappresentata da Out In HK, organizzazione sportiva LGBTI della grande metropoli cinese. Le 3 città finaliste verranno annunciate a febbraio 2017, e la possibile nomina di Hong Kong significherebbe molto per la comunità LGBTI cinese: nel paese più popoloso del mondo, infatti, soltanto il 5% delle persone LGBTI si sono dichiarate apertamente a scuola o a lavoro, solo il 15% in famiglia e il 25% tra amici, secondo un sondaggio pubblicato lo scorso maggio dalle Nazioni Unite e con la collaborazione della Facoltà di Sociologia dell’Università di Pechino e del Beijing LGBT Center. Per il momento circa una ventina di atleti cinesi si sono iscritti per partecipare ai Gay Games di Parigi 2018, e sperano di far crescere ancora di più la loro delegazione. Sperano che questo possa servire come incoraggiamento, considerando il fatto che durante le Olimpiadi di Rio 2016 ben 52 atleti hanno fatto coming out, ma tra loro nessuno rappresentava la Cina.

RUSSIA – Una petizione tutta italiana a sostegno della copertina Ikea
La ormai famosa coppia gay che aveva partecipato (e vinto) al concorso fotografico di IKEA Russia “facce da copertina” restandone però tagliata fuori, molto probabilmente a causa dell’imperante atteggiamento omofobico presente nel paese potrebbe presto finire sui cataloghi IKEA di tutta Italia. Potrebbe: il condizionale è d’obbligo, perché per il momento si tratta solo di un’iniziativa lanciata da Luca Bottura, conduttore di Lateral, la famosa rassegna stampa satirica di Radio Capital. La petizione è online su Change.org, famoso sito promotore di campagne sociali affinché alla coppia russa in questione venga riconosciuta la vittoria. L’appello della trasmissione radiofonica alla branca italiana del colosso svedese è chiaro e semplice: “Facciamo una cosa civile: mettiamola sulla copertina del catalogo italiano”.

USA – Miley Cyrus è un’attivista pansessuale
”Mica voglio il testo di ”Wrecking Ball” scritto sulla lapide, io. Sono stata la prima cazzo di stellina della Disney ad essere apertamente pro-LGBTI prima che lì dentro se ne potesse addirittura parlare”, dice Miley Cyrus in un’intervista rilasciata a Variety. Forse è un’affermazione un po’ eccessiva, ma sta di fatto che la cantante e attrice 23enne sembra aver preso la causa molto sul serio: non solo ha fatto coming out nel 2015 dichiarandosi pansessuale ed ammettendo di non aver mai considerato né sé stessa, né le altre persone come maschi o femmine, nel 2014 ha fondato la Happy Hippie Foundation, un’organizzazione non-profit che ha come missione quella di aiutare giovani senzatetto, la comunità LGBTI e altre persone in condizioni disagiate. La fondazione ha collaborato con diverse realtà: insieme a My Friend’s Place, ad esempio, ha contribuito alla distribuzione di pasti e biancheria intima per senzatetto a Los Angeles; con Gender Spectrum alla creazione di gruppi di supporto per 1300 giovani transgender e le loro famiglie; si è affiancata a MAC AIDS Fund per aiutare le persone transgender sieropositive a trovare casa e lavoro a San Francisco e Los Angeles; infine, con Zebra Coalition ha fornito servizi di supporto psicologico ai cari delle vittime della strage di Orlando. “Arrivata ad un certo punto della mia carriera mi sentivo così scema… sentivo che quello che stavo facendo non aveva alcun valore, perché fare la popstar quando intorno a te la gente muore di fame è ridicolo”, dice la cantante, ultimamente parte del programma ”The Voice” su NBC in veste di mentor. “Non bisogna mai dimenticarsi che la persona senzatetto e/o emarginata potremmo essere stati noi, o potremmo diventarlo. E questo pensiero mi ha dato uno scopo nella vita. Ho trovato quello che volevo fare, quello che mi rende felice. Ed è esattamente lo scopo di Happy Hippie: vivere sereni aiutando il prossimo senza fare del male a nessuno”. Nella speranza che la Happy Hippie Foundation porti avanti la sua missione viene da chiedersi se è sulla base di questi princìpi di condivisione che Miley Cyrus ha pubblicato ”Miley Cyrus & Her Dead Petz” (Miley Cyrus e i suoi animali morti), un album dallo stile sperimentale-psichedelico composto da ben 23 canzoni, disponibile in rete gratuitamente.

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