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Asia Argento, le accuse, la vittima perfetta e le narrazioni tossiche

Il caso che ha coinvolto recentemente Asia Argento sulle accuse di violenza sessuale ai danni di Jimmy Bennett, impongono alcune riflessioni sia sulla vicenda in sé – che andrebbe ricostruita e letta mantenendo nervi saldissimi, senza cedere a facili indignazioni da social che catturano molti like, ma non aiutano a fare chiarezza – sia su come essa è stata narrata dai nostri media, ad uso e consumo di altrettanto facili condivisioni. Più nello specifico, bisognerebbe chiedersi qual è il fine di tale narrazione, apparentemente tossica, e chi intende colpire davvero. Con una premessa doverosa: non facciamo il tifo né per l’una, né per l’altra campana. Vorremmo vederci chiaro, senza mistificazioni e senza pruriginosità di sorta. Né, tanto meno, si intendono usare a favore dell’accusata le stesse motivazioni usate a favore di colui che lei, a suo tempo, ha accusato. Ma andiamo per ordine.

La versione delle parti in causa

Secondo quanto riportato dalla stampa, italiana e internazionale, Bennett è entrato in scena esattamente dopo lo scandalo Weinstein, che ha scatenato il movimento #MeToo in America e #Quellavoltache in Italia.  Nelle dichiarazioni dell’attore, «la violenza sessuale […] sarebbe avvenuta in una camera d’albergo in California, cinque anni fa, quando l’attrice italiana aveva 37 anni e il giovane ne aveva appena compiuti 17». Asia Argento, dal canto suo, nega ogni cosa: non ci sarebbe mai stato alcun tipo di rapporto sessuale con il giovane. Queste le posizioni dei due protagonisti della vicenda.

Il risarcimento a Bennett

«Secondo quanto rivelato dal New York Times,» si legge ancora su Tpi, che ricostruisce il caso «Asia Argento avrebbe concordato di risarcire con 380mila dollari l’attore e musicista». La domanda da porsi, allora, è la seguente: perché tale risarcimento in denaro, se non c’è mai stata violenza o abuso sessuale. Sarà utile sentire il punto di vista dell’attrice italiana, che dà la sua versione dei fatti: «Quello che mi ha legata e Bennett per alcuni anni è stato solo un sentimento di amicizia». Amicizia «terminata quando, dopo la mia esposizione nella nota vicenda Weinstein» continua l’attrice, Bennett […] inopinatamente mi rivolse una esorbitante richiesta economica».

Il ruolo del compagno di Asia Argento

Asia Argento fa presente, ancora che il giovane attore «versava in gravi difficoltà economiche e che aveva precedentemente assunto iniziative giudiziarie anche nei confronti dei suoi stessi genitori rivolgendo loro richieste milionarie». Bennett, insomma, parrebbe in stato di bisogno. Pronto a denunciare la sua famiglia e la stessa Argento, secondo quanto leggiamo, per ottenere denaro. Entra quindi in gioco il compagno dell’attrice: «Bennett sapeva che il mio compagno, Anthony Bourdain» apprendiamo ancora «era percepito quale uomo di grande ricchezza e che aveva la propria reputazione da proteggere in quanto personaggio molto amato dal pubblico».

Evitare lo scandalo

Secondo quanto possiamo ancora apprendere, Bourdain «insistette che la questione venisse gestita privatamente e ciò corrispondeva anche la desiderio di Bennett». L’attrice fa sapere, dunque: «Decidemmo di gestire la richiesta di aiuto di Bennett in maniera compassionevole e venirgli incontro» ma «a condizione di non subire più intrusioni nella nostra vita». Da quanto emerge in questa ricostruzione, dunque, il denaro fu pagato per evitare che si potesse intavolare un ulteriore scandalo su una vicenda, quale quella di Weinstein, le cui conseguenze sono state davanti gli occhi di tutti e tutte.

Tra selfie e tempistiche sospette

La tempistica con cui Bennett entra in scena, insomma, e le sue modalità possono far pensare che sia una mossa a orologeria, innescata proprio per ottenere vantaggi economici seguendo la scia della popolarità della protagonista del caso Weinstein. Certo, è anche spuntato un selfie a letto. Peccato che quel selfie non sia indicativo proprio di nulla. Chiunque di noi, anche chi sta scrivendo adesso, ha potuto produrre immagini simili in un momento di intimità amicale. Quell’immagine dimostra solo che in quell’attimo Argento e Bennett erano insieme. Né più, né meno. Certo, poi si può discutere su quanto possa essere accettabile ritrarsi a letto mezzi nudi con un minorenne.

Può esserci violenza sui maschi?

Se ricostruire la vicenda è complesso, in tutti i suoi passaggi, non lo è di meno leggere e interpretare le modalità con cui è stata narrata almeno in due ambiti specifici. Il primo di questi investe la narrazione sulla sessualità. Ammettiamo che l’abuso ci sia stato. Si è letto, qua e là, che avendo avuto Bennett l’erezione, non è possibile che ci sia stata violenza. Ma la reazione del corpo, usata come prova, non è un argomento. Obbediamo a reazioni biochimiche, su sollecitazioni. Un atto di violenza potrebbe portare a segni interpretabili come “piacere fisico”, quali erezione o inturgidimento dei capezzoli, nel caso di stupro femminile. Ciò non annulla l’abuso (qualora ci fosse stato). Tale narrazione – ancora – porta alla conseguenza per cui, per un uomo, il sesso è sempre godimento e quindi non potrà mai esserci violenza. Falso.

Quando l’uomo è sempre vittima e la donna, invece…

Un secondo ambito, investe il caso per cui si crede alla violenza perpetrata. In tal caso, si è notato che la presunta vittima – cioè un maschio – è stata da subito ritenuta affidabile, senza il corredo di frasi e domande di circostanza che invece si mettono in campo quando la vittima è donna. Nello specifico, non ci si è chiesti se Bennett avesse provocato la reazione violenta di Asia Argento, cosa che normalmente si fa nei casi di stupro femminile dal “portavi la minigonna?” in poi. Contestualmente, si contesta ad Asia Argento la sua denuncia sul caso Weinstein: siccome anche lei è “rea” di abuso, a sua volta non dovrebbe denunciare quelli di cui è stata vittima. Credere all’accusatore, cosa del tutto legittima, non annulla la violenza subita da Argento (ricordiamo che attualmente Weinstein è sotto processo per le violenze perpetrate contro altre tre donne).

La vittima perfetta

Non è un gioco a somma zero e, ancora una volta, se le accuse contro l’attrice italiana dovessero dimostrarsi vere, questo dimostrerebbe un principio caro a chi si batte contro la violenza di genere: non esiste la vittima perfetta. Questo va oltre la questione dei lividi che si possono portare a testimonianza dell’abuso subito. Arriva anche a coinvolgere persone che hanno abusato e subito abusi. Quando è partita la campagna #Quellavoltache a cui Gaypost.it ha aderito e che è poi diventata un libro, tra le tante testimonianze ne abbiamo pubblicato una che, appunto, testimonia proprio questo. Potete leggerla qui e nella versione estesa nel libro pubblicato da Manifestoibri.

Screditare le campagne di denuncia della violenza

La conseguenza di tutta questa operazione, dei nostri media in primis, è quella di voler gettare un’ombra di discredito sull’intera campagna #MeToo e #Quellavoltache. Come se la violenza sulle donne coinvolte non fosse reale. Come se i loro racconti fossero un prezzo da pagare perché a parti invertite succede la stessa cosa. Come se “due torti” facessero una ragione. Dimenticando, comunque, che la stragrande maggioranza degli abusi avviene per mano maschile. Insomma emerge una dimensione “punitiva” della questione che non aiuta di certo a stabilire la verità dei fatti, né a fare giustizia. E l’aspetto primario non dovrebbe essere quello di consumare “vendette di genere”, ma di creare narrazioni e, di conseguenza, interazioni sociali basate sul rispetto di tutte le parti coinvolte. Siano tali interazioni di natura intima o meno.

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