Categorie: Politica&diritti

Tribunale di Roma: sì a richiesta di adozione “incrociata” di due mamme lesbiche

Ancora una volta, il Tribunale per i Minori di Roma riconosce la genitorialità ad una coppia lesbica. A presentare la richiesta di adozione, in questo caso, sono state entrambe le donne, madri biologiche ognuna di una delle loro due bimbe. Con una sentenza firmata dalla giudice Melita Cavallo, il tribunale ha accolto il ricorso congiunto delle due mamme.

La giudice, la cui firma è in calce anche alle precedenti sentenze in questo senso emesse dal Tribunale per i minori di Roma, ha esteso questo verdetto poco prima di andare in pensione.
Per riconoscere la genitorialità delle due mamme, il tribunale si è basato sulla lettera “d” dell’articolo 44 della legge sulle adozioni, lo stesso utilizzato finora nei precedenti casi di coppie omosessuali con figli e confermato anche dalla Corte d’Appello.

Soddisfatta Francesca Quarato, l’avvocata  di Rete Lenford e componente del gruppo legale di Famiglie Arcobaleno, che ha assisito la coppia. “Questo nuovo ulteriore provvedimento, che resta nella scia delle già note sentenze – spiega -, ha una peculiarità rispetto alle precedenti: le minori in favore delle quali è stata riconosciuta l’adozione sono, infatti, nate ciascuna da una delle due donne della coppia. In questo modo ognuna ha un genitore biologico ed un genitore sociale, entrambi con piena e pari capacità e responsabilità genitoriale”. “Anche in questo caso, il Tribunale per i minorenni di Roma – prosegue Quarato – ha avuto riguardo esclusivamente all’interesse delle minori a vedere riconosciuto e tutelato il rapporto genitoriale che ciascuna ha con la madre sociale, rapporto che dunque si affianca – senza sostituirlo – a quello con la madre biologica”. La legale sottolinea poi che la sentenza che riconsoce l’adozione “incrociata”, “assume, dunque, un significato particolare, valorizzando l’intreccio dei rapporti genitoriali e dei legami familiari biologici e sociali con un riconoscimento giuridico. Il Tribunale, in tal senso, ha stabilito che le bambine abbiano lo stesso cognome comune“.

“In mancanza di una normativa sull’adozione da parte delle coppie formate da persone dello stesso sesso – precisa Maria Grazia Sangalli, presidente di Rete Lenford -, il percorso per giungere all’adozione da parte di queste coppie è possibile solo interpretando la normativa in vigore in senso ampio ed evolutivo. In ogni caso, la forma di adozione oggetto di tali sentenze, rimane quella ex art. 44 lett. d) della legge sulle adozioni (la cosiddetta adozione in casi particolari, ndr), che conferisce al minore meno garanzie rispetto al riconoscimento di una genitorialità piena e legittimante”. Le bambine, infatti, non hanno rapporti di parentela con le famiglie delle mamme adottanti e legalmente non sono sorelle tra loro. “Purtroppo il legislatore non contribuisce all’opera di adeguamento delle corti al diritto vivente – commenta Sangalli -, come è successo recentemente in Senato con lo stralcio dell’articolo 5 (della legge sulle unioni civili, ndr) che si limitava ad estendere alle coppie dello stesso sesso la possibilità di adottare il figlio del partner, come già possibile per le coppie etero”.
Secondo Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, “bisognerebbe semplicemente guardare il mondo con gli occhi dei bambini per capire che tutelarli nei loro affetti è l’unica strada da percorrere per garantire loro una vita più serena”.

 

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