Categorie: Storie

Omofobia, storia di Gianluca: “Se questo è il futuro, preferisco essere morto”

La conversazione con Gianluca (nome di fantasia) inizia perché lui ha letto la notizia della morte di un suo coetaneo, Paolo, finito sotto un treno in Puglia forse spinto dall’omofobia di cui era vittima. Perché ci ha scritto? Perché la sua storia non è  molto diversa da quella di Paolo e raccontarla gli è sembrato l’unico modo per uscire da quell’isolamento nel quale ormai vive perché “meglio la solitudine che le cattive compagnie”, dice. Gianluca frequenta l’ultimo anno di un liceo classico della provincia marchigiana ed ha cominciato a fare i conti con la propria omosessualità quando aveva 16 anni anche se le offese sono cominciate molto prima, quando aveva 11 anni e sua sorella (sì, la sorella) di un paio d’anni più grande ha cominciato a prenderlo in giro dicendogli che tanto era come lo zio (gay anche lui).

A 16 anni ha cominciato a fare delle ricerche perché “mi capitava di chiedermi come potessero tanti gay suicidarsi o soffrire di depressione, visto che io a differenza loro ero in grado di mantenermi indifferente e anzi di non sentirlo come un problema”. Poi, le cose sono cambiate, e Gianluca ha capito cosa succedeva nelle vite di quei ragazzi che sceglievano di farla finita.
“Mi sono dovuto ricredere quando all’età di 16 anni ho iniziato a soffrire… in modo più intenso. È stato un anno tremendo” racconta. Da allora va da uno psichiatra, ma questo non impedisce a chi gli vive intorno di rendergli la vita impossibile.

Non ha fatto un vero e proprio coming out, Gianluca, l’ha raccontato solo ad alcuni coetanei che credeva amici. Parla di “omofobia indiretta” e “scherzi di cattivo gusto”, ma quello che racconta rivela molto altro. “Per lo più mi ignorano” ci dice, ma una volta, ad una festa di un anno fa sono successe cose “come ad esempio sputarmi addosso o spegnermi sigarette addosso oppure essere costretto alla masturbazione davanti a tutti”, il tutto accompagnato da offese omofobiche. “Non so se l’omofobia fosse il movente principale, visto che erano ubriachi – spiega -, ma di certo ha influito. Ero ubriaco anch’io ed in parte ‘masochista’ nel senso che molte situazioni me le andavo a cercare proprio con l’idea di essere punito. Di certo mi hanno lasciato un segno profondo”. Gli chiediamo cosa significhi quel “me le andavo a cercare” e risponde che “gradivo la compagnia dei due ragazzi che mi facevano quegli scherzi. Mi piacevano le loro attenzioni perché credevo fossero una manifestazione d’affetto ed io avvertivo una carenza fortissima d’affetto maschile. Pensavo che si sarebbero legati a me. Erano le uniche volte in cui sentivo il contatto diretto con una persona, anche se non era un contatto affettuoso. Inoltre mi piaceva stare al centro dell’attenzione ai compleanni dei 18 anni, e se qualcuno mi dava un po’ l’azzico perché mi ubriacassi, io subito mi sottomettevo ai suoi desideri. Facevo tutto per gli altri“.

Una spasmodica ricerca di attenzioni, fossero anche le vessazioni, purché si accorgessero di lui che, in fondo, pensa che punirsi sia giusto. Per questo ha anche pensato di farsi prete, pur non essendo per niente credente, per “autopunirmi ed in qualche modo punire gli altri. In generale rifiutando il sesso”. “Non ho mai meditato nulla sul suicidio – racconta ancora -. Mi sono posto solo la fatidica domanda: ‘E se mi suicidassi?’ e ho provato ad immaginare la scena. Ma rifiuto il suicidio. Non sopporterei la vergogna che ne seguirebbe. Il fatto che tutti ne parlerebbero come uno scandalo. Mi rabbrividisce il fatto che le persone parlino di un omosessuale che si è suicidato e che quella persona sia io. Perché mi sembra di portare vergogna alla famiglia, di toccare dei tasti che non andrebbero toccati. Il suicidio è un gesto troppo eversivo. Preferirei diventare prete, autopunirmi silenziosamente, non attivamente. Senza mostrare alcunché agli altri”.  E poi continua: “Quando dico che voglio autopunirmi e diventare prete certe volte lo dico proprio in relazione al fatto che lo faccio per punire questo mondo che ho conosciuto, i ragazzi che ne fanno parte e che mi hanno deluso”.
C’è solo una persona con cui Gianluca parla di quello che vive, un’amica. Poi nessun altro perché, dice, gli altri gay della città che ha conosciuto, vivono una forte omofobia interiorizzata. “Non ci sono associazioni, qui, e dubito che un’associazione potrebbe cambiare le cose“.

Il dolore maggiore, però, Gianluca lo prova quando ad attaccarlo è sua sorella. “Mi ha fatto pressioni perché non uscissi con altri ragazzi e alla fine hanno avuto effetto – spiega il ragazzo -. In generale le sue parole mi hanno messo una tale angoscia che finché vivo qui ho paura di uscire. Hanno il potere di paralizzarmi“.
I genitori non lo contrastano, ma non sono moto di aiuto. “Mia madre mi accetta. Anche se è stato un percorso lungo. Mio padre – continua – è taciturno quasi sempre, non esprime la sua opinione ed è molto ansioso quando avverte che sto per parlarne. Quindi non lo so. Ma immagino che non cambi nulla per lui, in generale è una persona buona”.

Gli abbiamo chiesto come immagina il futuro e questa è la sua risposta: “Come una persona sola, perennemente arrabbiata, che non vuole più accondiscendere a niente. Che preferisce la solitudine alla cattiva compagnia“. E la buona compagnia non è un’opzione? La buona compagnia è una buona opzione per le persone eterosessuali. Io non ho questa opzione. Io non posso avere compagnie effettive, ma solamente superficiali. Quello che ho visto è : mariti in cerca di divertimenti, ragazzi che giravano in camion per esperienze, ragazzi etero semplicemente curiosi, ragazzi senza nome e senza foto, ragazzi che si cancellano dopo poco e che ritornano alla loro vita eterosessuale. Per molti l’omosessualità è un surrogato di un’attività eterosessuale. Lo fanno per sfogo”.

Finito il liceo, Gianluca vorrebbe andare via dalla sua cittadina di provincia, magari a Pisa alla Normale o a Pavia a studiare Lettere moderne, perché forse è l’unica via di scampo, però “la precarietà economica della famiglia non mi permette di essere molto lungimirante. Io ci provo e lo spero, perché se questo è il mio futuro io preferisco essere morto. In realtà è come se fossi già morto“. L’unica cosa che lo fa sentire vivo è scrivere. Qualcosa ha già cominciato a farla, ad esempio scrivendo alcune voci di WikiPink. Ed è quello che vorrebbe fare: scrivere e lasciarsi tutto questo alle spalle, come un incubo ormai finito.

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