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Perché l’Ultima cena gay scandalizza perfino qualche omosessuale?

Accedendo a Facebook, stamane, ho notato lo sfogo di un follower sul caso dell'”ultima cena gay”, per la locandina realizzata a Salerno dal gruppo Divercity per pubblicizzare una serata in un locale (immagine che ha dato spunto a molte polemiche e su cui è intervenuto il comitato territoriale di Arcigay). In quelle parole si esprimeva un certo disappunto, ricordando che se vogliamo avere rispetto dobbiamo prima darlo noi stessi. Concludendo con “mi vergogno di essere gay”. Questione risibile, di per sé, se non veicolasse due preoccupanti elementi: una profonda omofobia interiorizzata e una certa intolleranza verso la libera espressione. Vorrei partire proprio da quest’ultimo punto, per analizzare la questione.

L’ultima cena nella nostra cultura figurativa

Il Cenacolo di Leonardo

La scena dell’ultima cena, ripresa dal Cenacolo, il celebre dipinto di Leonardo da Vinci, riprende gli ultimi momenti della vita di Gesù ed è stata al centro della nostra cultura figurativa per secoli: si pensi a Duccio da Buoninsegna, Luca Signorelli, Tintoretto o Paolo Veronese, per citare alcuni tra i più famosi pittori italiani. E potremmo andare avanti con artisti di altri paesi, come Rubens, o più recenti, quali Emil Nolde. Il ruolo dell’arte non è (solo) quello di preservare il messaggio religioso o sacralizzarne il contenuto. L’arte, per sua stessa natura, può stravolgerlo o addirittura metterlo in discussione. Può, ancora, reinterpretarlo in base alla sensibilità dell’artista che rappresenta quel contenuto specifico. Si pensi alle opere di Elisabeth Olson sulla vita di Gesù. Artista lesbica, ha pensato al messaggio di Cristo in chiave gay: se oggi tornasse sulla Terra per portare speranza e salvezza, sostiene l’autrice, starebbe accanto ai nuovi “ultimi”. Sieropositivi, persone Lgbt discriminate, trans che si prostituiscono. Anche lei, per questa lettura, venne aspramente criticata e le sue opere sfregiate.

Tra arte e pubblicità

L’arte e i messaggi in essa contenuti sono stati, più recentemente, riutilizzati dalla pubblicità. Il cui ruolo a sua volta non è quello di veicolare valori, bensì di vendere un prodotto. Può piacere o meno, può toccare corde sensibili. Può addirittura “offendere”. Una nota marca di acqua minerale riutilizzò l’immagine della Gioconda per fini commerciali. Anche in tal caso, qualcuno potrebbe sentirsi toccato nella propria sensibilità rispetto al valore supremo della cultura: la rappresentazione della bellezza e la sua funzione eternante possono essere ridotte a mercificazione? Evidentemente sì. E, piaccia o meno, è una forma di libertà. Il prezzo da pagare per evitare tutto questo è impedire tutto questo. Ma siamo sicuri che impedire la libertà non offenda, a sua volta, altre sensibilità?

Accostare gay e fede è ancora offensivo?

L’ultima cena di Elisabeth Ohlson

Ritornando all’omofobia interiorizzata: credo che sentirsi offesi per l’accostamento di un messaggio religioso a una “dimensione gay” denunci un profondo irrisolto della propria identità. Pensiamo all’Ultima cena con i personaggi dei Simpson o con i Puffi. Cosa diremmo di un autore che scrivesse “mi vergogno di essere un disegnatore di cartoni animati”, di fronte alla riproposizione del mito cristiano attraverso certe reinterpretazioni? Più semplicemente, dovremmo chiederci: essere gay è ancora offensivo se accostato a questioni di fede? E se sì, perché? Perché è peccato?

Un immaginario più composito

Un omosessuale ha tutto il diritto di sentirsi cristiano. Operazione che comporta rischi molto grandi: dovrebbe infatti rinunciare, se volesse seguire alla lettera i dettami del suo credo, alla sua dimensione sessuale. E vivere la sua condizione come senso di colpa. Ma mi insegnano molti amici e amiche che sono sinceramente credenti che quella è un’interpretazione, culturalmente stratificata. E in quanto processo culturale, è anche mutevole. Un tempo essere donne non era semplice, anche per una certa visione religiosa dell’universo femminile. Oggi, per fortuna, l’immaginario collettivo è molto più composito e, diciamocelo, libero. Al netto del fatto, va da sé, che molto ci sarebbe ancora da dire – e da fare – nel rapporto tra fede e questione femminile.

Dissacrare i dispositivi di potere

L’ultima cena dei Simpson

Sarebbe il caso di rivedere l’approccio che si ha con il modo che abbiamo di interpretare la fede e la sua sacralità. La religione può essere vissuta come dispositivo di potere e, in quanto tale, essere aspramente criticata e (appunto) dissacrata. Si pensi alla serata organizzata qualche anno fa dal Cassero di Bologna sullo sbattezzo, “Venerdì credici”. Riproporre immagini sacre attraverso le grammatiche della blasfemia non significa vanificare il messaggio cristiano, ma denunciare ciò che non va nella messa in atto di certi principi. Poi c’è la fede, per chi ce l’ha, che è una dimensione a parte. Forse più potente, rispetto a certi “attacchi”. E poi c’è il nostro agito quotidiano, che prende valori e ideologie e le pone in un rapporto di mediazione continua con ciò che siamo.

“Secondo me Dio bestemmia”

Percepire una minaccia in tutto questo, rispetto alla bontà della fede, denuncia semmai la fragilità dell’identità di chi si scandalizza. E per una società come la nostra, che ha vissuto fatti quali l’illuminismo, la Rivoluzione francese e, nel caso italiano, anche la breccia di Porta Pia, denuncia solo un pericoloso arretramento culturale. Concludo con una battuta trovata, anni fa, nel libro Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano: «Non si può concepire un’Intelligenza Perfetta che non eccella anche in autoironia: secondo me Dio bestemmia». Ripartiamo da qui. Con una consapevolezza: la sponda opposta a questo approccio è quella dell’integralismo e del fanatismo. E di questi tempi non abbiamo bisogno di alimentare il fuoco di certe intolleranze.

Vi proponiamo, di seguito, una galleria di rivisitazioni dell’ultima cena in diverse chiavi, da quelle più artistiche a quelle più “profane”.

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