In Rainbow
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Gli sposi davanti al sindaco Del Bono

Ai matrimoni io piango sempre. Anche se non si vede, perché mi trattengo. Funziona così: o mi lascio andare, ma poi rischio di diventare un po’ eccessivo e sembra che sono a un funerale, oppure (per paura di essere fuori luogo) mi contengo. Certo, l’acqua del mio corpo trova altre vie d’uscita, visto che se mi trattengo comincio a sudare, ma questo è: io ai matrimoni mi emoziono. Perché vedo la gente felice di realizzare la sua personale fiaba e questa cosa mi tocca nel profondo. E le unioni civili, ça va sans dire, non fanno eccezione. Faccio questa premessa perché ieri, all’unione di Luca Trentini e di Stefano Simonelli, a Brescia, è successo più o meno questo. Ma a quelle emozioni se ne sono aggiunte altre, di cui vorrei parlare.

La comunità incontra se stessa

L’emozione per lo spirito di comunità, innanzi tutto. Luca e Stefano hanno voluto una cerimonia della comunità per la comunità. Non è un caso che fossero presenti personaggi da sempre impegnati per i diritti delle persone Lgbt. E così in prima fila si vedeva Franco Grillini, uomo-simbolo dell’attivismo italiano. Tra i rappresentanti delle associazioni, c’erano Flavio Romani e Gabriele Piazzoni, presidente e segretario di Arcigay. E qualche big della politica, come Pippo Civati ed Elly Schlein, di Possibile. E poi molti/e militanti, più o meno giovani, dell’associazionismo arcobaleno. Come se, ad esser tutti e tutte lì, si volesse recuperare il senso di una comunità che festeggia una vittoria, per quanto imperfetta e ancora lontana da quella finale (come in molti hanno fatto notare, nei discorsi pronunciati ieri) della piena uguaglianza. Ti sentivi parte di un qualcosa di più grande, insomma. E questo faceva vibrare le corde interiori. Tutte.

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Il momento del bacio

La comunità Lgbt si prende la città

E poi l’emozione per la comunità che si prende la città. E non se la prende con l’abuso, la forza o la prevaricazione. Ma nel rispetto della legge, di una legge che è arrivata dopo quella “rivoluzione gentile”, come ama dire Trentini stesso, che ha portato la società a vederci. Come persone, prima ancora che come membri di una categoria o di una compagine politica. Il sindaco Del Bono, che ha celebrato l’unione tra gli sposi, ha ricordato il grande valore di un legame che non si basa solo sui sentimenti, ma che trova la sua ragione anche nell’istituzionalizzazione che riconosce diritti e conferisce doveri.

Un atto di coesione sociale

Un sì che diviene un atto, insomma, che crea coesione sociale. Che porta, inevitabilmente, al superamento e all’abbattimento di sospetti e incomprensioni. Perché nell’emozione degli sposi, negli sguardi innamorati delle loro famiglie, nell’allegria degli amici e delle amiche lì insieme a loro, c’era il senso profondo di una lotta durata decenni. E lo Stato, ieri, c’era. A dire grazie proprio a quella lotta. Con gratitudine. Come grati erano gli occhi del primo cittadino.

Un monito agli omofobi: di voi non resterà nemmeno il ricordo

Vorrei infine parlarvi del  pronunciato ieri. Vigoroso e determinato, quello di Luca. Pacato, ma autorevole, quello di Stefano. Del Bono ha ricordato che nella Loggia, dove è stata celebrata la cerimonia, ci sono ancora i segni di colpi di cannone che gli austriaci spararono contro la città, quando reclamava la sua indipendenza dalla tirannide. In quel sì c’è la stessa voglia di riscatto. Brescia non è una città qualsiasi. È la città di Gandolfini, “capitale” (passatemi il termine e si notino le virgolette) dei movimenti “no gender”. Nell’atto di ieri pomeriggio è successa un po’ la stessa cosa: molto spesso le nostre vite sono colpite da proiettili dell’odio e del pregiudizio. Ma la nostra voglia di libertà e la nostra dignità, umana e politica, non solo resiste a quegli attacchi, ma porta le nostre esistenze a mostrarne le cicatrici come monito a chi vuole ostacolarci. Per dire a certa gente che di loro non rimarrà nemmeno un pallido ricordo.

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La torta nuziale

L’unica modalità di relazione possibile

Luca e Stefano hanno portato, insomma, la comunità Lgbt a guardarsi e a comprendere che nonostante tutto siamo parole, o capitoli, di un’unica narrazione. Quella dell’affermazione di diritti che, se non ci fossero, renderebbero meno democratico e libero il nostro paese, tanto bello quanto “disgraziato” (e anche qui, si notino le virgolette e l’uso squisitamente politico del termine). E ha portato la comunità cittadina a guardare la nostra, ad osservarsi e a far capire che esiste un’unica modalità di relazione possibile: riconoscersi e incontrarsi.

Un vero e proprio pride

È stato un vero e proprio “pride” quello di ieri. C’era tutto: la visibilità, il colore, l’emozione, i simboli. Per quello che si è vissuto ieri, in termine di emozioni, non si va molto lontano da un matrimonio in piena regola. Ed è per questo che adesso è necessario che il binomio verbale (per me non bello) di “unione civile” sia scritto con l’unico termine che descrive la verità di ciò che avviene quando due persone si dicono sì. Dicendolo anche al mondo che li circonda, che li osserva e che si commuove insieme a loro. Grazie ragazzi, è stato bello esserci.

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